martedì 2 marzo 2010

L'Italia ed il rischio idrogeologico.

Non passa inverno, in Italia, che non sia funestato dalla tragica notizia di una frana, o di un'alluvione, che coinvolge un centro abitato, causando vittime e danni spesso molto ingenti. Ultimo, in ordine di tempo, lo spaventoso evento che ha coinvolto il costone di una montagna in Calabria, presso Vibo Valentia: una spaventosa frana che ha lambito il centro abitato lametino, provocando un enorme spavento tra la popolazione, procurando una serie di danni assai ingenti ma non, per fortuna, vittime.
Guardando al passato, la storia geologica d'Italia è piena di vicende come questa, che molto spesso non si sono limitate a creare disagi tra la popolazione, ma hanno causato decine o centinaia di morti.
L'esondazione di un torrente nei pressi di Messina (2009), l'alluvione presso Sarno (1998), la terribile alluvione in Valtellina (1987), la spaventosa tragedia del Vajont (1963), costituiscono solo alcune delle più tristi tragedie idrogeologiche che hanno afflitto il nostro paese negli ultimi decenni.
Ma quali sono le cause dell'instabilità del territorio italiano, alla base di simili eventi?

La penisola italiana, in senso geologico, è di formazione recente e, quindi, intensamente soggetta sia fenomeni sismici e vulcanici, che  franosi ed alluvionali, Proprio questi ultimi sono spesso causati da accentuati movimenti crostali (sovrascorrimenti, subsidenza), conseguenti all'ancora precario del profilo morfologico dei rilievi, spesso caratterizzati dalla presenza di materiale sedimentario di origine oceanica come i flysch (sedimenti originati dai depositi di torbida), ovvero successioni gradate di natura arenaceo-argillosa molto sensibili all'azione dilavante delle acque meteoriche.
Altri campanelli di allarme, chiari indizi della giovinezza morfologica della nostra penisola, sono anche fenomeni quali l'erosione, l'arretramento della linea di costa, i fenomeni di subsidenza (abbassamento del suolo dovuto all'accumulo di enormi quantità di materiale sedimentario depositato dai fiumi nel corso delle alluvioni) e l'inquinamento delle falde acquifere.
L'insieme combinato di tutti questi fenomeni, che agiscono spesso in concomitanza nel tempo, costituiscono un elevatissimo fattore di rischio per il nostro territorio.
Una regione geologicamente antica, infatti, conserva un potenziale energetico sufficientemente basso da renderla di fatto stabile, sicura: la prolungata interazione degli agenti esogeni (acque di dilavamento, vento, agenti atmosferici in generale) ha esercitato nel tempo un'azione modellante che conferisce un profilo a scarso profilo energetico al rilievo, che dunque si stabilizza cessando di produrre fenomeni derivanti da instabilità.
Nel caso dell'Italia, come detto ancora geomorfologicamente giovane, questi fenomeni di stabilizzazione non sono ancora intervenuti sufficientemente sul rilievo, in modo da stabilizzarlo progressivamente riducendone l'energia potenziale.
Dunque le frane, l'intensa erosione e le alluvioni cui noi assistiamo, spesso come vittime, altro non sono che i fenomeni naturali di modellamento della superficie terrestre, che permettono una stabilizzazione nel tempo del  rilievi.
La caduta (frane) o il trasporto (fiumi) di materiale clastico, contribuiscono ad abbassare l'energia del rilievo in modo determinante, addolcendo i versanti e portandoli ad una naturale stabilizzazione (profilo di stabilità).
Poiché tutto, in Natura, tende all'equilibrio, quindi al minor contenuto energetico possibile, l'ambiente geologico non può non obbedire a questa regola, avvalendosi proprio dei fenomeni di modellamento morfologico del rilievo.
L'uomo ha compreso le dinamiche alla base di simili eventi, anche se tuttavia pare comportarsi con aperto senso di sfida nei confronti della Natura: costruire un centro abitato nel bel mezzo del letto di un torrente apparentemente estinto, incidere il piede di un versante per la realizzazione di un tracciato stradale, prelevare indiscriminatamente ghiaia e sedimenti dal letto di un fiume per ricavarne laterizi, non perseguire una chiara politica di tutela e regimentazione dei versanti e dei corsi d'acqua, certamente non sono da considerare scelte "intelligenti".
A volte, infatti, basterebbe poco per evitare il ripetersi di simili sciagure. 
Basti pensare al Vajont, che il 9 ottobre del 1963, una sera come tante, franò causando ben 2.000 vittime! Una porzione di 260 milioni di metri cubi di roccia si distaccò dal Monte Toc, scivolando nel sottostante invaso artificiale, che tracimò superando lo sbarramento della diga e sommerse interi centri abitati come Erto, Casso, Longarone...
Il Monte Toc, originato dal sovrascorrimento di una falda alloctona su di un substrato autoctono (una porzione di crosta sovrascorre su di un'altra, diversa, come conseguenza di movimenti crostali), era notoriamente instabile e soggetto a frane. Che senso aveva costruire una diga proprio al piede del suo versante assolutamente instabile?
Nessuno, ovviamente!
Eccetto l'interesse economico, da parte della Sade (alla quale subentrò l'ENEL), a produrre energia realizzando la più alta diga al mondo: soldi e primato tecnologico. 
Furono questi gli sciagurati motivi che condussero politici ed imprenditori a realizzare una simile, folle impresa.
Niente di nuovo, purtroppo: spesso è la prassi in Italia.
Secondo il Servizio Geologico Nazionale, dal 1945 al 1990, in Italia, si sono verificati danni al 56% dei comuni, conseguenzadiretta di frane, alluvioni, erosione degli alvei fluviali, ecc.
La stima dei decessi ammonta a ben 3.488 vittime mentre, mediamente, il numero delle catastrofi corrisponderebbe ad una media di ben 78 eventi l'anno (fortunatamente spesso senza vittime).
Cifre intollerabili, che dovrebbero invitare i politici, addetti ai lavori e semplici cittadini, a riflettere su quelli che sono i rischi dell'ambiente in cui viviamo, e quanto poco, spesso, sarebbe utile fare per evitare disastri.
Il problema è che anche "quel poco", qui in Italia, sembra non ci sia proprio la volontà di volerlo fare!

1 commento:

ciccioo ha detto...

come non essere d'accordo....