lunedì 24 maggio 2010

Il nucleare in Italia? No, grazie!

All'indomani del tragico incidente della centrale nucleare di Chernobyl, in Bielorussia, nel 1986, in Italia un referendum popolare sancì la chiusura delle centrali nucleari nazionali. La scelta popolare fu certamente dettata da fattori emotivi: mai, prima di allora, erano apparsi in tutta la loro tragicità, i rischi legati alla produzione di energia nucleare.
In quegli anni, l'energia prodotta dai processi di fissione del nucleo di isotopi radioattivi pesanti (uranio, plutonio), appariva come l'ultima frontiera energetica, la fonte che avrebbe traghettato il mondo intero, ed il suo insaziabile fabbisogno di energia, nel nuovo millennio.
 Sebbene una prima avvisaglia dei rischi insiti nel processo di fissione nucleare fosse giunta già nel 1979, con l'incidente di Three Miles Island, una centrale nucleare americana sita in Pennsylvania, politici, tecnici e scienziati, continuarono a valutare conveniente mantenere le centrali nucleari in attività: il beneficio energetico appariva indubbio, permettendo di affrancare dalla dipendenza dal petrolio chiunque fosse ricorso al nucleare.
A nulla valse, dunque, il monito lanciato da quella nube radioattiva da 13 milioni di Curie, composta da gas nobili e Iodio-131. 
Il mondo non poteva arrestare la sua corsa verso l'energia del ventunesimo secolo.



Poi, nel 1986, giunse Chernobyl. In una notte come tante, nella centrale bielorussa, durante il turno di lavoro, il direttore dell'impianto ordinò alla sala di controllo una simulazione della procedura di spegnimento d'emergenza del reattore. Un test come tanti, in teoria. Tuttavia, quella notte, l'ordine era quello di simulare il tutto in condizioni particolarmente critiche.
Dal momento in cui fu dato l'ordine di spegnere il reattore, una serie di sfortunate circostanze, errori dovuti ad incompetenza del personale, ignaro di un grave errore di progettazione del reattore della centrale, si verificò un'escalation inarrestabile di eventi, che culminarono con l'esplosione del nocciolo e la dispersione, in atmosfera, di una spaventosa nube radioattiva.
Il bilancio di questa esplosione (si trattò di un'esplosione non nucleare, ma chimica, con dispersione di materiale radioattivo), provocò la morte di diversi operatori a lavoro nella centrale, dei soccorritori e, nei giorni, mesi ed anni successivi al disastro, di migliaia di civili e militari ignari, colpevoli solo di abitare nei pressi della centrale, o di aver cercato di soccorrere i feriti nell'esplosione ed arginare la dispersione di materiale radioattivo.
Incalcolabili, ancora oggi, i danni arrecati dall'incidente presso la popolazione bielorussa (il tasso di tumori e malformazioni è ancora il più alto al mondo), sulla flora e sulla fauna locali. Intere, vastissime aree, sono state evacuate e, ad oggi, risultano ancora inabitabili, sorvegliate a vista dall'esercito in quanto caratterizzate da un tasso di radioattività ambientale tanto elevato da compromettere, nel giro di qualche ora, l'integrità genetica di chiunque si arrischiasse a vivere in quelle zone (non ostante tutto, qualche centinaio di abitanti occupa ancora, abusivamente, le rovine di Chernobyl e Prypiat).



L'intera Europa fu scossa da quella sciagura, che fu scoperta a livello internazionale il mese successivo, del tutto casualmente, quando in Finlandia furono rilevati valori di radioattività ambientale superiori al normale, dovuti alla nube sprigionata dall'incendio del reattore, che destarono sospetti nell'intera comunità internazionale. Non ostante ciò, il governo sovietico minimizzò l'entità del disastro.
Quello stesso anno, in Italia, il popolo si espresse con chiarezza in favore di un abbandono del nucleare: i rischi elevatissimi, messi a nudo dall'incidente bielorusso, non valevano decisamente la candela.
Fu così che, nel volgere di breve tempo, le centrali nucleari di Trino Vercellese, Caorso, Montalto di Castro, Garigliano e Latina, chiusero i battenti.
Una scelta saggia, senza dubbio, anche se costrinse l'Italia ad acquistare maggiori quantitativi di energia elettrica dai paesi vicini (dotati di centrali nucleari).
Da allora sono passati ventiquattro anni, ma i problemi legati al nucleare in Italia non sono stati affatto risolti: il combustibile delle vecchie centrali nucleari, le scorie e gli impianti, sono ancora al centro dell'attenzione: numerosi, infatti, sono i problemi legati allo stoccaggio del materiale radioattivo, estremamente pericoloso per la popolazione e l'ambiente. 
Rinchiusi in depositi dalla dubbia efficacia, i fusti contenenti uranio, plutonio, torio ecc., costituiscono un rischio, come detto, ma anche una spesa: conservare in un luogo "sicuro" le scorie costa, poiché servono ambienti continuamente refrigerati per mantenere a livelli accettabili le temperature raggiunte dagli isotopi a seguito del decadimento radioattivo.
Come se non bastasse, scorgendo la "nota spese" della bolletta dell'ENEL, si scopre una voce assai significativa: "Spese Nucleari".
Beh, forse non molti lo sapranno, ma quella dicitura è relativa alla spesa di costruzione e smantellamento degli impianti nucleari, nonché allo stoccaggio delle scorie prodotte negli anni di attività.
Esatto: in Italia non abbiamo più il nucleare da oltre due decenni, ma a tutt'oggi continuamo a sostenerne i costi!

Come se non bastasse, negli ultimi anni, lo sviluppo in campo energetico ha permesso di sfruttare con maggior costanza e produttività nuove fonti, pulite, come l'energia solare, l'energia eolica, l'energia mareale, l'energia geotermica, e l'energia derivante dalle biomasse.
Energie pulite, che sfruttano fenomeni del tutto naturali come il vento, la luce solare, l'elevato calore derivante dalle sacche magmatiche presenti nella crosta terrestre, e che permetterebbero, se gestite con intelligenza (come avviene ormai in molti paesi d'Europa), di soddisfare una fetta rilevante del fabbisogno energetico nazionale.

In Toscana, ad esempio, l'intera rete ferroviaria viene alimentata tramite la produzione di energia geotermica assicurata dalla centrale di Larderello, che sfrutta i soffioni boraciferi per produrre  il vapore indispensabile per ottenere poi energia elettrica.
Una soluzione intelligente, redditizia e, soprattutto, assolutamente pulita.
Tuttavia, se il geotermico richiede particolari condizioni di natura geologica (presenza di sacche magmatiche poco profonde nella crosta terrestre), l'energia eolica, solare, biologica o mareale non richiedono altro che vento, sole, rifiuti biologici e mare. Tutte fonti che di certo non mancano!
Lo stretto di Messina, famoso per lo sciagurato progetto del ponte, è attraversato da correnti mareali molto forti, dovute all'interazione tra le correnti ioniche e quelle tirreniche (lo stretto di Messina è un punto anfidromico): perché non sfruttarlo al fine di trarre energia dalle correnti mareali, come avviene nel nord Europa?
Se la politica, in Italia, fosse capace di aprire gli occhi e guardare in direzioni "alternative", di ricercare nel futuro la soluzione ai problemi, di certo si comprenderebbe come, il tasso di insolazione del Mezzogiorno, permetterebbe di produrre energia pulita in elevata quantità, ricorrendo all'impianto di centrali a pannelli solari.

Discorso analogo per l'eolico: i forti venti, caratteristici della penisola, potrebbero regalare tanta energia pulita, per illuminare le nostre case, far funzionale le industrie e permetterci una vita agiata, del tutto compatibile con il tanto abusato concetto di sostenibilità.
Purtroppo, come spesso abbiamo dimostrato, in Italia siamo poco lungimiranti. La nostra classe politica, per cercare soluzioni, guarda al passato, mai al futuro. Gli stessi "ambientalisti" avversano le pale eoliche o i pannelli solari in quanto "deturpano" il paesaggio...
In un periodo di forte diffusione planetaria della consapevolezza globale, delle energie alternative, in Italia si torna a quindi parlare di nucleare, con una convinzione disarmante.
Come se il nucleare possa costituire davvero una ricchezza per il paese!
Poco importa se in Italia non disponiamo di riserve di uranio, torio ed altri elementi fissili. Poco importa se non abbiamo il know-how necessario per gestire impianti tanto complessi (dopo il referendum del 1986, il patrimonio culturale "nucleare" si è dissolto completamente), se l'Italia costituisce un'area sismica e idrogeologicamente instabile, è il paese dei disservizi ed il concetto di manutenzione e consapevolezza sia molto "fantasioso".
Secondo i nostri politici, tutte queste obiezioni altro non sono che capricci da "ambientalisti", da disfattisti, da anti-italiani.
E quindi, viva la demagogia! Tutti in TV e sui giornali a spiegare che "il nucleare è bello", "il nucleare è pulito", "il nucleare è un patrimonio"...
Ovviamente non una parola sulle controindicazioni, non solo economiche, ma soprattutto ambientali, che questa politica comporta.
Il discorso non è quello del bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto, no. In questo caso si sceglie di vedere pieno un bicchiere in realtà completamente vuoto!
Un atteggiamento tipico, qui in nel Bel Paese, che tante volte ha portato disastri e vittime.
Con il solito ottimismo italiano, vengono comunicate date di inizio dei lavori, caratteristiche tecniche relative ai progetti, i siti di realizzazione, i tempi di consegna. Peccato che nessuno dei nostri governanti abbia, anche solo per un attimo, pensato di chiedere il parere del popolo.
Come sempre, in Italia, si preferisce ricorrere ad altre e più comode vie, per ottenere qualcosa. Mai convolgere la gente, gli elettori, specialmente quando la risposta potrebbe non coincidere con le volontà e gli interessi dei politici!
Si imbottisce il cervello degli elettori di chiacchiere, spiegando pazientemente loro che, essendo circondati da paesi che sfruttano il nucleare per produrre energia, siamo esposti ugualmente al rischio di eventuali disastri e che, paradossalmente, siamo costretti ad acquistare proprio da loro parte dell'energia elettrica che utilizziamo.
Menzogne belle e buone! Un eventuale incidente in un paese confinante potrebbe certamente contaminare anche le zone limitrofe italiane, ma di certo non gravemente come accadrebbe se la centrale fosse situata nel nostro territorio. Senza contare, poi, che le ingenti spese di ripristino ambientale, non spetterebbero certo all'Italia, ma al paese proprietario della centrale...
Quindi, è troppo semplicistico spiegare agli elettori un ritorno al nucleare in questi termini. E' quasi offensivo!
I politici mentono, omettono, approssimano, consapevoli di farlo.
Hanno ragione nell'affermare che le centrali nucleari di oggi sono decisamente più moderne e sicure di quelle di venti anni fa. La tecnologia avanza, è ovvio. Ma il rischio di incidenti non è stato ancora ridotto a zero (né potrà mai esserlo).
In oltre, le scorie radioattive costituiscono un enorme problema ambientale, cui a tutt'oggi non siamo riusciti a trovare risposte sufficienti.
Non è possibile rinchiudere nei fusti il combustibile esaurito o le scorie, quindi seppelirlo sotto terra, in vecchie cave o miniere, i cosiddetti depositi geologici.

Occorre considerare come tali scorie costituiscano un problema ambientale tremendo, distribuito in un lasso di tempo pari a centinaia o migliaia di anni (sino al termine dei processi di decadimento).
In oltre, tali depositi, vanno sorvegliati con estrema efficienza, refrigerati e, soprattutto, realizzati in zone asismiche, ovvero caratterizzate da sismicità nulla, e idrogeologicamente stabili.
E dove troveremmo, in Italia come nel resto del mondo, aree simili? Neanche il tanto chiacchierato deposito delle Yucca Mountains (Nevada, USA), costituisce una soluzione accettabile dal punto di vista della sicurezza geologico-ambientale.
Quindi, per quanto ci riguarda, dove potremmo mai stoccare, in Italia, questi rifiuti?
Le regioni si oppongono alla scelta dei siti per le future centrali operata dal governo: nessuno vorrebbe ospitare una potenziale Chernobyl.
Ma il governo è sordo a queste proteste, e procede per la sua strada invocando come scusa "l'interesse nazionale".
Quando si dovranno individuare i siti destinati allo stoccaggio del materiali radioattivi, poi, chi vorrà proporsi come pattumiera nazionale, sacrificandosi all'assurda causa della rinascita energetica italiana?
Si continuerà con la strategia delle "navi a perdere", ovvero affondando fusti e reattori insieme a vecchie navi da carico, nei mari che circondano la penisola?
I problemi legati alla reintroduzione del nucleare in Italia sono tanti, troppi, molto più dei benefici che una simile scelta offrirebbe alla nostra economia.

Siamo quindi sicuri che non vi siano altre, più favorevoli, strade da percorrere verso un piano di riqualificazione energetica del paese?
Il futuro incombe, i problemi ambientali divengono sempre più impellenti: avvelenamento delle falde idriche, desertificazione, inquinamento atmosferico, diminuzione dell'acqua potabile in rapporto al crescere della popolazione, biodiversità fortemente minacciata...
Siamo sicuri che la risposta, per quanto ci riguarda, possa essere costituita da un ritorno al nucleare?

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