lunedì 14 febbraio 2011

Marte, la Terra e la Vita: un percorso parallelo?

Da sempre, nell'immaginario collettivo, il pianeta Marte esercita un'attrazione ed un fascino del tutto particolari. Sin dai primi anni '50, gli invasori spaziali dei film di fantascienza provenivano invariabilmente dal fatidico "Pianeta Rosso", con l'intento di sottomettere i terrestri ed impadronirsi delle risorse del nostro - decisamente più bello e vivibile - pianeta.
Come mai tra Marte, Venere, Mercurio, Giove, Saturno, Nettuno, Plutone, Urano... proprio il Pianeta Rosso? Probabilmente, la scelta è stata dettata dalle numerose analogie con la Terra, che rendono il pianeta Marte, nel contesto del sistema solare, il pianeta teoricamente più adatto ad ospitare la Vita.




Quali sarebbero, allora, le analogie che intercorrono tra la nostra "casa spaziale" ed il Pianeta Rosso, casa dei presunti invasori dall’”altro mondo”?
Innanzitutto, si tratta di un pianeta roccioso. I pianeti possono, infatti, essere distinti in due categorie: quelli gassosi e quelli rocciosi (o tellurici).
I pianeti rocciosi sono quelli costituiti da materia allo stato solido (le rocce, appunto ed i metalli). Questi pianeti, definiti anche di tipo “terrestre", poiché simili proprio alla Terra, costituiscono il "sistema solare interno".
Mercurio, Venere, la Terra e Marte, dunque, sono pianeti di tipo roccioso, formatisi nella porzione di spazio più vicina al Sole.
L'altra categoria planetaria è rappresentata dai "giganti gassosi". Come indica la parola stessa, si tratta di enormi ammassi gassosi (vapore acqueo, idrogeno, elio ed altri gas) di forma sferoidale, la cui densità è inferiore a quella dell'acqua. La concentrazione della massa interna, in questi pianeti, genera una forza di gravità in grado evitare che i gas possano disperdersi nello spazio, mentre la forma è frutto della rotazione intorno ad un asse.
I pianeti rocciosi, dunque, appaiono di gran lunga più congeniali allo sviluppo biologico, almeno come viene da noi solitamente concepito il concetto di "vita" (ovvero, umanoide, vagamente simile a quella terrestre).
Sarebbe difficile immaginare che la Vita possa nascere e prosperare su di un pianeta costituito da gas...
Una seconda, importante analogia tra il nostro pianeta e Marte, è rappresentata dall'alternarsi delle stagioni. Anche il Pianeta Rosso, infatti, ruota intorno ad un asse inclinato di 25°19' (contro i 23°44' dell'asse di rotazione terrestre). Ciò significa che l'esposizione della superficie planetaria all'irraggiamento solare, varia in base allo spostamento orbitare del pianeta. Ne consegue che, su Marte, si alternano delle stagioni caratterizzate da un irraggiamento maggiore (stagioni calde) e periodi di minor irraggiamento (stagioni fredde). Di diverso, rispetto al nostro pianeta, vi è però la durata dell'anno, che sul Pianeta Rosso è pari a 1,88 anni terrestri. Questo è dovuto alla maggior distanza di Marte dal Sole, che implica, per il pianeta, una maggior percorso orbitale per tornare nella posizione di partenza.
Anche Marte, come la Terra, possiede un’ atmosfera. Si tratta di un involucro gassoso differente da quello terrestre, ma pur sempre importante. Sul Pianeta Rosso, i gas predominanti sono l'anidride carbonica, l'azoto, e l'argon. Ossigeno, acqua, monossido di azoto, gas nobili e metano, costituiscono una frazione trascurabile dell'intero complesso gassoso. Ad ogni modo, la presenza di tale involucro risulta determinante nella termodinamica complessiva del pianeta. Come sulla Terra, essa permette un reirraggiamento del calore assorbito, che serve a contenere l'escursione termica tra -140 °C circa (in inverno) ed i 20° C circa (in estate). 
Valori non lontani da quelli terrestri...
La pressione atmosferica, tuttavia, è pari allo 0,7% di quella che si registra sul nostro pianeta, ed i venti che spirano sulla superficie marziana sfiorano la bellezza di 400 km/h: non male come brezza!
La presenza di un'atmosfera, come abbiamo appena detto, favorisce un'escursione termica contenuta, in grado di permettere, sulla superficie del Pianeta Rosso, un fenomeno determinante ai fini di un eventuale sviluppo della Vita: la presenza di acqua allo stato solido.
I poli nord e sud del pianeta, infatti, sono coperti da calotte di ghiaccio, segno inequivocabile che, in un passato ormai remoto, su Marte l'acqua scorreva in fiumi e mari. 
Come sulla Terra.
Dunque, da un punto di vista strettamente biochimico, su Marte sono presenti gran parte degli elementi e dei composti che potrebbero portare allo sviluppo di forme di Vita.

 La Terra e Marte affiancate: così simili, così diverse.

Geologicamente parlando, invece, Marte mostra inequivocabili segni di una passata attività tettonica e vulcanica. 
Nelle zone di Tharsis ed Elysium sono presenti degli evidenti canyon di origine tettonica. Addirittura, presso Tharsis, tale struttura si estende per ben 4.000 km, a fronte di una deformazione verticale pari a 6 km.
Tali strutture possono essere spiegate come il frutto dello stress prodotto sulla crosta, in epoche remote, dai moti convettivi del mantello planetario (la struttura compresa tra la crosta ed il nucleo del pianeta). Sebbene oggi il mantello di Marte risulti essere inattivo, la certezza che un tempo fosse interessato da manifestazioni di convezione termica è data dalla presenza di sistemi di graben (fosse tettoniche) collegati.
L'enorme canyon Valles Marineris mostra evidenti origini tettoniche, che dimostrano come, negli ultimi due miliardi di anni, la superficie del pianeta sia stata interessata da intensi fenomeni di contrazione, conseguenti al raffreddamento della struttura.
Non è chiaro se l'attività del mantello abbia potuto originare una qualche forma di tettonica delle placche più complessa, come accaduto sulla Terra. La mappatura magnetica della superficie planetaria, effettuata dal JPL (Jet Propulsion Laboratory) della NASA, presso Pasadena (California), non ha ancora fornito chiare indicazioni in merito.
Su Marte, in oltre, appaiono evidenti le tracce di una consistente attività vulcanica che, in epoche remote (quando il mantello era, appunto, attivo)  hanno generato l'enorme numero di edifici vulcanici ancora visibili sulla superficie del pianeta.
Non dobbiamo dimenticare che, proprio su Marte, è presente il Mons Olympus. Si tratta del più grande complesso vulcanico (un vulcano a scudo) dell'intero sistema solare, con diametro pari a ben 550 km, ed un'elevazione pari a ben 25 km!

 
Il Monte Olympus, il più grande vulcano del sistema solare. 
Si tratta di un immenso vulcano a scudo.

 Secondo recenti stime, l'ultima eruzione di questo immane gigante sarebbe avvenuta circa 200 milioni di anni fa, quando sulla Terra passeggiavano ancora i dinosauri.
La presenza di numerosi altri centri eruttivi minori, e di estesi plateaux basaltici, indicano indubitabilmente che, in passato, l’attività geologica era notevole.
Se consideriamo, dunque, l'insieme delle analogie elencate - sono solo alcune, le principali e più importanti - ci si rende conto di come, effettivamente, Marte possa essere davvero paragonato alla Terra.
Tuttavia, ciò non deve trarre in inganno.
Queste analogie non sono, in realtà, tali da giustificare le mistificazioni e le illazioni dei soliti ufologi, creduloni e pronti a sostenere anche le tesi più strampalate pur di tirare l’acqua verso il proprio mulino!
Marte infatti, come la Terra, si sarebbe originato all’incirca 4,6 miliardi di anni fa, a partire dalla materia costituente la nebulosa planetaria e dalla quale, oltre a Marte stesso, si sarebbero poi formati tutti i corpi del sistema solare.
I silicati costituenti la porzione più interna e densa della nebulosa, si sarebbero progressivamente legati tra loro formando corpi rocciosi di dimensioni irregolari, definiti “planetesimi” i quali, interagendo tra loro a livello gravitazionale, si sarebbero con il passare del tempo fusi a costituire un solo corpo, a forma di ellissoide di rotazione.
Il medesimo processo che avrebbe portato, contemporaneamente, alla formazione di tutti gli altri pianeti rocciosi del sistema solare interno (Terra, Mercurio e Venere, Marte, asteroidi).
Dunque, a conti fatti, Marte sarebbe coetaneo del pianeta Terra.
Non ostante le analogie, dobbiamo tener presente che Marte è caratterizzato da condizioni fisiche, chimiche e geologiche, di gran lunga più sfavorevoli per la formazione di forme di Vita, ancorché di natura elementare, rispetto alla Terra.
La vita, sul nostro pianeta si sarebbe originata – ancora non è chiaro come – all’incirca 3,8 miliardi di anni fa, a seguito di una serie di reazioni biochimiche intervenute a ricombinare progressivamente le sostanze elementari preesistenti.
Da questa ricombinazione, più o meno 3,5 miliardi di anni fa, ebbero origine le prime forme di vita: gli organismi procarioti.
Si trattava di esseri estremamente semplici, capaci di riprodursi attraverso il processo della mitosi cellulare, nutrirsi di materia organica, e perfettamente a proprio agio in un pianeta ancora inospitale per qualsiasi altra forma di vita.
Non occorre, a questo punto, soffermarsi su ogni singola fase evolutiva della Vita. È sufficiente considerare che tale evoluzione – a partire dai procarioti, fino all’Uomo – ha richiesto un lasso di tempo estremamente lungo, e pari, come visto, a 3,5 miliardi di anni.
In questo intervallo, di durata incommensurabile, la Vita ha proceduto, passo dopo passo, ad affinare continuamente le proprie creature, rendendole sempre più attrezzate – attraverso il processo di selezione naturale proposto da Darwin – ad affrontare mutazioni geologiche e climatiche spesso capaci di provocare estinzioni di massa, di proporzioni per noi inimmaginabili.
Le tappe che hanno scandito l’evoluzione sono state molto graduali, distanziate tra loro di milioni e  milioni di anni.
Si tenga presente, ad esempio, che il passaggio della Vita dall’ambiente acquatico alla terra ferma, avvenne circa 450-500 milioni di anni fa, per capire quanto graduale e complesso sia stato il processo di adattamento biologico.
Le prime piante terrestri, le Briofite, si sarebbero formate circa 472 milioni di anni fa, nel periodo Ordoviciano (488-443 m.a.f.). Furono necessari 172 milioni di anni prima che si originassero le Gimnosperme, le prime piante dotate di semi: ciò avvenne 300 milioni di anni fa, alla fine del periodo Carbonifero (359-299 m.a.f.).
Da quel momento, furono necessari altri 92 milioni di anni di evoluzione, prima che si giungesse alle piante con fiori, le Angiosperme, che videro la luce nel periodo Giurassico (195-145 m.a.f.).
Tuttavia, sarà solo a partire dal Cretaceo (145-65 m.a.f.) che le Angiosperme riusciranno a prendere il sopravvento sulle Gimnosperme, impiantandosi in aree geografiche sempre più vaste.
Infine, solo nell’Oligocene (36-22 m.a.f.), si è assistito alla nascita delle piante erbacee, che si sono affiancate alle forme arboree, portando alla formazione di ampie steppe, savane e praterie.
Questo brevissimo, generico, excursus sulle principali tappe evolutive delle piante rende perfettamente l’idea di quanto sia graduale, lenta e complessa, l’evoluzione biologica sul nostro pianeta.
La faccenda diverrebbe ancor più chiara se esaminassimo l’evoluzione animale, particolarmente complessa e lunga.
La prima fauna pluricellulare di cui si abbia testimonianza fossile è la celebre “fauna di Ediacara”, ribattezzata così in onore della località dell’Australia meridionale, presso la quale fu rinvenuta dai ricercatori nel 1947.
Si tratta di un vero e proprio spaccato di “vita”, risalente al Proterozoico (eone dell’Era Precam-briana), e databile ad un periodo di tempo compreso tra i 680 ed i 570 milioni di anni.
In questo primo reperto di vita pluricellulare, compaiono diverse specie animali e vegetali, di organismi marini tipici di fondali sabbiosi ed acque calde e poco profonde.
Questa decina di specie comprendono sia organismi capaci di muoversi sul fondale, strisciando sulla sabbia, sia stanziali, cioè vincolati alla sabbia o al substrato roccioso (benthos).
Spriggina floundersi, Charnia, Tribrachidium, Parvancorina e Dickinsonia sono solo alcune delle specie appartenenti alla fauna di Ediacara, e costituiscono una sorta di esperimento biologico della Vita complessa primordiale.
Infatti, tra queste specie, nessuna appare come antenata dei Trilobiti, artropodi del Paleozoico, capaci di una vasta diffusione nei mari primordiali, dove costituirono un gruppo fondamentale dal Cambriano (530 m.a.f.), fino al tardo Permiano (250 m.a.f.).
La scarsa disponibilità di fossili di Ediacara ha purtroppo impedito di comprendere meglio quali possano esser stati eventuali sviluppi delle specie ad essa appartenenti, che dunque sono state classificate in larga parte come “fossili problematici” (ad es. Spriggina floundersi), cioè fossili di difficile classificazione.
Proprio la Spriggina floundersi, non è ancora chiaro a quale regno animale appartenesse (animale o vegetale) e, per alcuni scienziati, potrebbe aver costituito la nascita – poi abortita – di un terzo regno biologico.

 Un rarissimo fossile della misteriosa Spriggina Floundersi
(Fauna di Ediacara, 590 m.a.f. circa)

Ad ogni modo, dalla fauna di Ediacara – che, con tutti i suoi limiti, rappresenta pur sempre la prima testimonianza fossile di vita pluricellulare – alla nascita dei primi vertebrati, si dovranno attendere circa 170 milioni di anni. È infatti nel Devoniano (416-399 m.a.f. circa) che compaiono le principali linee evolutive dei vertebrati: si tratta, ancora, di organismi marini, gli Osteitti, cioè pesci dotati di un sistema scheletrico.
Da un sottogruppo degli osteitti, i Crossopterigi, si origineranno i primi vertebrati terrestri: gli anfibi.
Saranno proprio gli anfibi a conquistare la terra ferma, strappandola al dominio degli artropodi che, nel corso del Siluriano (443-416 m.a.f. circa) per primi si erano lanciati nella colonizzazione del “nuovo” ambiente.
Dagli anfibi, progressivamente, si differenzieranno varie forme di vita tra i vertebrati, sempre più complesse e specializzate, che sarebbe troppo lungo – oltre che inutile – elencare qui.
Ad ogni modo, dalla conquista della terra ferma da parte dei vertebrati, fino allo sviluppo dei mammiferi, bisognerà attendere il Giurassico: sarà proprio nel pieno dominio della Terra da parte dei dinosauri che i mammiferi, timidamente, si affacceranno alla Vita.
Nel Mesozoico, era compresa tra i 250 ed i 72 m.a.f., sono i dinosauri a dominare le terre emerse. La loro forza fisica (unico parametro indispensabile per il dominio mondiale in quei periodi!) era tale da non permettere un adeguato sviluppo biologico per specie come i mammiferi i quali, pur continuando nel loro processo evolutivo, non poterono conquistare uno spazio preminente, in quanto inadatti a fronteggiare le specie allora dominanti.
Con l’estinzione di massa del Cretaceo, celebre per aver spazzato via i dinosauri (oltre a numerose altre specie come le ammoniti, le belemniti, i plesiosauri, i rettili volanti, ecc.), ed aver ridimensionato considerevolmente diverse altre specie scampate comunque all’estinzione (che fu comunque graduale, e non fulminea come molti potrebbero ritenere), i mammiferi ebbero finalmente il via libera.
Lasciata vuota la nicchia biologica fino ad allora appartenuta ai rettili dominatori, i mammiferi si ritrovarono a vestire i panni degli organismi biologicamente più evoluti e complessi. Grazie all’omeotermia (capacità di regolare la propria temperatura interna attraverso meccanismi biologi-ci, non vincolati all’esposizione al sole), questi poterono rivendicare la maggior indipendenza dallo ambiente circostante, differenziandosi ed evolvendosi verso svariate forme, ciascuna con un elevato tasso di specializzazione.
Tralasciando le varie tappe intermedie, e le varie specie principali originatesi, bisognerà attendere fino a circa 70 milioni di anni fa per assistere alla nascita dell’ordine dei primati, cui appartengono l’Uomo e le scimmie.
Successivamente, nel Miocene (18 m.a.f. circa) il percorso evolutivo dei primati portò alla nascita del gruppo delle scimmie antropomorfe: scimpanzé, gibbone, gorilla, orango e bonobo.
Da esse si origineranno i primi ominidi (specie Australopiteco), capaci vivere in gruppo, di utilizzare sassi e bastoni per scopi rudimentali, ma inabili a realizzare utensili.
Estintisi circa 1,5 milioni di anni fa, gli ominidi lasciarono finalmente il campo al genere Homo, dal quale si è poi originato, infine, l’uomo attuale, cioè l’ Homo sapiens (200.000 anni fa).
Dunque, ricapitolando, sono stati necessari la bellezza di 670 milioni di anni, alla Natura, per riu-scire – attraverso un duro processo di evoluzione e selezione biologica, costellato di estinzioni ed errori – a produrre quello che, almeno attualmente, rappresenta la specie più sofisticata ed evoluta: l’Uomo.

Chi ha letto fin qui, probabilmente, si starà chiedendo che senso abbia avuto questo breve e generico excursus sull’evoluzione della Vita sulla Terra.
Ebbene, tutto questo è servito per giungere ad una semplice domanda: è possibile che su Marte siano esistite forme di vita complesse, paragonabili all’Uomo (se non, addirittura, più evolute) e che si siano estinte già diversi milioni di anni fa, per motivi ancora da appurare?
Tale domanda nasce dalle convinzioni, solitamente riconducibili al mondo dell’ufologia, riguardo alla presenza di manufatti e segni tangibili di vita intelligente sul Pianeta Rosso.
Il 1 luglio del 1976, nel corso della missione Viking 1, una sonda della NASA inviata sul Pianeta Rosso per eseguire una serie di foto da distanza ravvicinata del suolo marziano in vista del futuro atterraggio della sonda Viking 2, accadde qualcosa di singolare: a 10° a sud dell’equatore, in una regione del pianeta Marte chiamata Cydonia, fu fotografata una struttura alquanto strana, simile ad una sorta di immenso volto scolpito nella roccia, delle dimensioni di ben 3 x 1,5 km.

 La celebre foto inviata sulla Terra il 1 luglio del 1976 dalla sonda Viking 1 (NASA). Si nota 
chiaramente, al centro, il “volto” misterioso, circondato da strutture morfologiche 
come rilievi e crateri.

 Gli scienziati della NASA, perplessi, comunicarono la notizia sei giorni dopo aver ricevuto la curiosa foto, classificando la bizzarra formazione come un particolare gioco di luci ed ombre sulla superficie di un rilievo topografico.
Una spiegazione molto ragionevole, tenendo conto della relativamente bassa risoluzione delle fotografie inviate a terra dalla sonda Viking 1.
Tuttavia, per molti, questa notizia costituiva quel che da sempre avevano sperato: la conferma di tracce di vita sul Pianeta Rosso.
Da allora, fu un susseguirsi di congetture, ipotesi fantascientifiche e teorie alquanto strampalate: un avamposto alieno su Marte, in vista di una prossima invasione ai danni della Terra; vestigia di una antica civiltà marziana, estintasi in epoca remota; un monumento dei marziani per segnalare la loro presenza.
Intorno al misterioso “volto”, fu tutto un florilegio di articoli di giornale, libri, dibattiti radiofonici e televisivi e, addirittura, film: uno su tutti, lo spettacolare Mission to Mars (Brian de Palma, 2000).
La pletora di ufologi, instancabili, per anni continuò a fomentare l’opinione pubblica, giungendo addirittura a spiegare, secondo alcune “scuole di pensiero” ufologiche, che il volto su Marte fosse in realtà una base costruita addirittura dagli Stati Uniti, per difendere la Terra da imminenti attacchi alieni (sic!).
Gli scienziati hanno in vano, per anni, cercato di spiegare che il volto su Marte fosse da ricondurre ad un banale gioco di ombre, unitamente alla morfologia del rilievo montuoso in questione.
Secondo gli ufologi invece, notoriamente esperti in materia di foto interpretazione satellitare o geomorfologia, le spiegazioni fornite dagli scienziati della NASA (e non solo) costituivano in realtà un mero tentativo per insabbiare una realtà inquietante, da tenere nascosta all’opinione pubblica ad ogni costo, anche coprendo di ridicolo un’istituzione come la stessa NASA.
Finalmente, nel 1998, il mistero del “volto marziano” fu affrontato con maggior rigore scientifico dell’agenzia spaziale statunitense, i quali spiegarono con sufficiente chiarezza a cosa fosse dovuto quello scherzo ottico.
La combinazione dell’inclinazione del sole sull’orizzonte marziano (la foto fu scattata al tramonto), la scarsa risoluzione dell’impianto fotografico in dotazione alla sonda (in rapporto ovviamente agli strumenti odierni), ed alcuni problemi di trasmissione nell’invio del materiale digitale dalla sonda verso la base sulla Terra, avevano prodotto quel gioco di ombre.
A ciò si aggiunse anche il fenomeno psicologico della “pareidolia”, ovvero la tendenza psicologia, propria dell’uomo, ad identificare, le forme indefinite con motivi o volti familiari.
Nulla a che fare, dunque, con presunti alieni o basi americane.
Tuttavia, questa ennesima spiegazione, qui esemplificata, continuò ad essere pesantemente osteggiata dalla comunità ufologica, sempre più convinta che si trattasse di “debunking”.
Secondo la comunità ufologica, rispetto alle spiegazioni della NASA risultavano più convincenti ed attendibili quelle fornite da sedicenti informatori delle varie associazioni di studiosi del fenomeno U.F.O., legati in qualche modo all’ambiente dell’intelligence americana.
Gente senza nome e senza volto, per intenderci, sempre pronta a fomentare le teorie cospirazioniste, anche andando ben al di là del ridicolo.
Ovviamente, la comunità ufologica non produsse mai un documento scritto, una foto o una registrazione attendibile. Non fu prodotto nulla di concreto per poter smentire le tesi scientifiche, ma solo ed unicamente le testimonianze di questi fantomatici sconosciuti.
Sebbene dopo il 1998, l’attenzione dell’opinione pubblica riguardo tale argomento fosse progressivamente scemata, il volto su Marte continuò a far discutere scienziati ed ufologi.
Si dovette attendere fino al 2006 per un ulteriore passo avanti: finalmente, grazie ad alle tecnologia di ultima generazione delle sonde spaziali, si giunse ad una spiegazione definitiva del “mistero”.
Le immagini inviate sulla Terra dalla sonda spaziale dell’E.S.A. (European Space Agency), di gran lunga più dettagliate di quelle del 1976, dimostravano indubitabilmente che il fatidico volto altro non era che un semplice effetto combinato di luci, ombre, morfologia del suolo ed effetto pareidolia.
Le foto della sonda europea, ad altissima risoluzione (1 pixel corrisponde a 14 metri), spazzavano finalmente il campo da qualsiasi ulteriore speculazione ufologica.

 Una delle recenti immagini ad alta definizione della regione Cydonia, 
scattata dalla sonda lanciata dall’Agenzia Spaziale Europea 
(E.S.A.).

Tuttavia… neanche questo fu sufficiente a porre la parola fine sulla questione.
Alcuni ufologi, imperterriti, continuarono a contrastare (ovviamente, sempre a modo loro) queste conclusioni, invocando manipolazioni digitali delle foto, tirando in ballo i soliti “informatori misteriosi”, ed inquietanti complotti.
Proprio in Italia uno studioso del fenomeno U.F.O., avrebbe dedicato un libro alla riscrittura delle conclusioni della comunità scientifica in merito alla natura del volto di Cydonia.
Lo studioso, con tono piuttosto sprezzante, ha definito “palesemente manipolate” le immagini fornite dalla E.S.A., ritenendo ben più affidabili le foto a bassa risoluzione scattate dalla sonda Viking 1, nel lontano 1976.
Inoltre, il ricercatore avrebbe anche individuato una serie di strutture, da lui definite senza dubbio dei “manufatti”, posizionati intorno al famigerato volto.
Tra questi manufatti, avrebbe scorto i resti niente meno che di un’antica città abbandonata, sulla cui esistenza non sarebbe possibile nutrire alcun dubbio (a suo dire...).
     Lo studioso, con molto entusiasmo, è giunto anche ad individuare delle tracce di altri manufatti nei pressi del Mons Olympus, giudicato "sede di alcune delle più interessanti anomalie, con verosimili caratteristiche di matrice artificiale." 
Lo studioso identifica le zone oscure sulla destra con intercapedini di origine
artificiale. Si noterà chiaramente, invece, trattarsi di margini di scarpata in ombra. Si vede chiaramente che non si tratta di vuoti... 

Come se non bastasse, sarebbero state individuate “chiaramente” anche delle Ziqurrat, delle Piramidi, antichi templi e manufatti di altro genere, che potrebbero riallacciarsi alle credulonerie di chi, da tempo, vorrebbe collegare Maya, Egiziani e Sumeri a presunti alieni, giunti sulla Terra già migliaia di anni fa.


Le immagini “inoppugnabili” della presenza di una Ziqurrat su Marte con, 
addirittura, un serbatoio d’acqua e, ovviamente, l’immancabile città in rovina.

Insomma, dal volto su Marte, si è giunti addirittura alla prima città individuata sul Pianeta Rosso!
Peccato che, nel sostenere le sue tesi, lo studioso non tenga deliberatamente conto dei limiti di risoluzione delle foto del 1976, e che non conosca i principi di base della geomorfologia, ovvero la branca della geologia che si occupa dello studio del modellamento del rilievo e, più ingenerale, del paesaggio, ad opera degli agenti esogeni.
Tutte quelle che, a suo dire, sarebbero indubitabilmente costruzioni di forme di vita intelligenti, sarebbero in realtà ben più “banali” rilievi topografici, posizionati nei pressi del volto di Cydonia.

 Immagine del “volto” di Cydonia del 1998: del volto, si
noterà, non è rimasto nulla. Miracoli dell’alta risoluzione.

 Non serve neanche essere esperti in foto interpretazione, foto-geologia e materie affini, per farsi una chiara idea di quel che le immagini mostrano.
D’altro canto, le foto accusate di manipolazione, sarebbero state fornite dall’E.S.A. all’intera comunità scientifica internazionale, e nessuno (eccetto, appunto, l’ufologo italiano), ad oggi, ha sollevato dubbi circa una possibile alterazione delle immagini digitali.

 Render digitale relativo al reale aspetto del volto di Cydonia.
Si nota chiaramente la sua origine naturale.

 Per carità, alla fine ognuno è libero di credere in ciò che vuole, e ci mancherebbe altro!
Tuttavia, appare stridente il volersi incaponire nel percorrere un vicolo palesemente cieco, convinti che questo possa servire a sostenere quello in cui si crede, invocando addirittura cospirazioni su scala planetaria.
Ammettere che il volto di Cydonia non sia di origine extraterrestre, per un ufologo non dovrebbe costituire un abiura al proprio credo, ma semplicemente la presa di coscienza di un dato di fatto.
Dopo tutto, non sarebbe certo l’origine naturale del volto di Cydonia a chiudere la discussione circa l’esistenza di forme di vita extraterrestre.
A questo punto, sorgerebbe una domanda, che si riallaccia alla prima parte di questo articolo: come sarebbe possibile che su Marte, un pianeta simile alla Terra, ma molto meno favorevole di quest'ulatima allo sviluppo biologico, si possano essere originate forme di vita intelligenti in un lasso di tempo tanto breve da portarle all’estinzione ben prima che, sul nostro pianeta, l’Uomo facesse la sua comparsa?
È chiaro come, dal punto di vista temporale, evolutivo, biologico, geologico, chimico e fisico – in una parola: scientifico – ciò non sarebbe affatto plausibile.
Molti, per ovviare a questo problema, hanno ipotizzato forme di vita non organiche (non basate cioè sul carbonio), bensì aventi come elemento fondamentale il silicio.
Perché, tra tutti, proprio il silicio? Semplice: si tratta di un elemento capace di formare un’estrema varietà di composti chimici, tale da renderlo simile al carbonio.
Appunto simile, ma non migliore, e neanche uguale.
Nel bene o nel male, infatti, il carbonio rappresenta comunque l’elemento che offre la maggior varietà di composti possibile, requisito indispensabile affinché possano essere generate forme di vita intelligenti, complesse, paragonabili all’Uomo.
Se sono esistite, o tutt'ora esistono, forme di Vita su Marte certamente, si è trattato, o si tratta, di forme biologiche semplici, basate anch’esse sul carbonio.
Da cosa nasce questa “quasi” certezza? Proprio dalla constatazione della somiglianza chimico-fisica tra i due pianeti.
Le somiglianze sono tali da rendere possibile escludere, a priori, la possibile formazione di sistemi biologici basati sul silicio, o su qualsiasi altro elemento chimico anche solo vagamente adatto a tale scopo.
Un’ipotetica Vita basata sul silicio avrebbe comportato una minor complessità intrinseca, dovuta alla minor capacità del silicio di combinarsi con altri elementi chimici, per formare i composti complessi indispensabili alla vita.
Dunque, rispetto alla Terra, le forme di Vita marziane, anche se basate sul silicio, sarebbero state sempre meno evolute.
Se, invece, si volesse pensare all’esistenza di Vita basata sul carbonio anche sul Pianeta Rosso, i conti comunque non tornerebbero: le condizioni chimico-fisiche terrestri sono nettamente più favorevoli sulla Terra che su Marte, per cui è assurdo pensare che, in un lasso di tempo brevissimo, sul Pianeta Rosso si siano potute originare, evolvere, ed estinguere, forme di Vita intelligente pari, se non superiori, all’Uomo, la cui nascita ha richiesto 670 milioni di anni.
La complessità del discorso è solo apparente: in realtà si basa su di una serie di semplici constatazioni basate sulle conoscenze scientifiche in nostro possesso, e dal fatto che le leggi della fisica e della chimica, sulle quali si basano sia i fenomeni biologici, che geologici, sono costanti nell’Universo.
Da questa considerazione, piaccia o no, è impossibile prescindere, prima di affrontare qualsiasi discorso che abbia un senso.
In caso contrario si finirebbe per cadere nella trappola dell’approssimazione, del sentito dire, del pressapochismo.
Tutto quello che la mentalità scientifica aborrisce, e che inquina spesso le valutazioni di quanti, non masticando di scienza, troppo facilmente si abbandonano alla credulità, a prestare fede a idee dietro le quali non vi è assolutamente nulla.
L’Universo è smisuratamente grande, più di quanto la mente umana possa comprendere realmente, ricorrendo ai numeri o alle definizioni. È popolato da miliardi di miliardi di stelle. Anche solo una mera valutazione di tipo statistico basta a convincerci che la Vita possa tranquillamente essersi sviluppata altrove.
Sarebbe solo presunzione, ritenere il contrario.
Ma, da qui a dire che su Marte ci siano state forme di vita intelligenti, molto intelligenti, e che si siano pure già estinte… ce ne passa!

4 commenti:

Giovanni Semeraro ha detto...

Ciao. Articolo interessantissimo, complimenti. Vorrei capire meglio come mai, secondo te, su Marte sarebbe ipotizzabile uno sviluppo biologico sostanzialmente simile a quello terrestre, basato sul carbonio, e non invece basato sul silicio. Ho letto che da molti scienziati il silicio è ritenuto un possibile sostituto del carbonio, quindi mi chiedo perché su Marte non si possa considerare questa ipotesi. Che ne pensi?

Barbara ha detto...

Ciao. Bell'articolo. Ma tu ci credi agli extraterresti, o pensi che sia tutta un'invenzione? Cosa pensi degli UFO? Le prove fotografiche, i filmati, le restimonianze... mica sono tutte inventate!

Dario Rotolo ha detto...

@Giovanni: ciao. Il silicio è un elemento chimico che permette una considerevole varietà di combinazioni con altri elementi, che lo rendono per certi versi simile al carbonio (che, in natura, può formare il maggior numero di composti). Tuttavia, il silicio è sempre molto lontano dalla versatilità chimica del carbonio e, siccome per originare forme di vita anche piuttosto semplici, serve una considerevole quantità di composti chimici, ne deriva la difficoltà oggettiva che il silicio possa aver originato forme di vita complesse, specialmente su un pianeta come Marte, sufficientemente simile alla Terra per aver potuto seguire una differenziazione biochimica diametralmente opposta.
Siccome gli "ufologi" parlano di civiltà evolute che avrebbero abitato Marte in epoche remote, e forse si sarebbero addirittura trasferiti qui sulla Terra, diciamo che la cosa appare ancora più improbabile. Un simile livello evolutivo, con una speciazione chimica molto più ridotta di quella offerta dal carbonio, non si sarebbe mai potuto raggiungere in un lasso di tempo inferiore a quello richiesto sulla Terra, in condizioni ambientali per altro meno favorevoli.
Alcuni ufologi avrebbero visto addirittura volti di cavalieri medievali su Marte, figuriamoci...

Dario Rotolo ha detto...

@Barbara: ciao. Personalmente credo che la Vita non sia un fenomeno ristretto esclusivamente al pianeta Terra. L'Universo è praticamente infinito, e noi ne conosciamo solo una porzione risibile. Dunque, sono convinto che esistano altre forme di Vita altrove. Sarebbe presuntuoso e limitato credere di essere gli unici in un posto così grande!
Quanto agli UFO, il discorso è differente. Non sono mai state esibite prove tangibili ed inequivocabili circa la loro esistenza. Qualche foto sgranata, qualche filmato tremolante, dichiarazioni di sedicenti informatori segretissimi (mai suffragate da prove oggettive) sono troppo poco per ritenere veri certi fenomeni. Tra l'altro, gli ufologi non sempre hanno sufficienti cognizioni scientifiche per indagare i fenomeni atmosferici, geofisici ed astronomici a cui, troppo spesso, attribuiscono lo status di "avvistamento di UFO". Il più delle volte, quando messi di fronte alla verità, si proclamano vittime del cover-up, vittime degli scientisti (non scienziati, bada bene) al soldo dei governi.
Si tutti gli scienziati sono pagati per non credere agli UFO... è proprio così.
Piuttosto, gli ufologi dovrebbero preoccuparsi di acquisire maggiore credibilità, piuttosto che parlare di scientisti quando si riferiscono a qualsiasi scienziato contrario o scettico verso le loro teorie!