sabato 24 settembre 2011

Le estinzioni di massa: un tragico, ciclico appuntamento.

Quando si sente parlare di estinzione di massa, il primo istinto è quello di volare, con la mente, a scene apocalittiche: foreste in fiamme, carcasse di animali sparse ovunque, piante ed alberi carbonizzati, intrecciati in ammassi informi, mari spazzati da devastanti uragani…
In realtà, nel corso di un’estinzione di massa, nulla di tutto questo si verifica. Al contrario di quel che si potrebbe essere spinti ad immaginare, un’estinzione su larga scala è un processo graduale, che si protrae nel tempo anche per qualche milione di anni!
In senso strettamente geologico, un’estinzione di massa è comunque un evento rapido, dal momento che un paio di milioni di anni non sono che un’inezia, se consideriamo l’età complessiva del nostro pianeta.
Tuttavia, su scala umana, due milioni di anni rappresentano un lasso di tempo inconcepibilmente lungo, che decisamente mal si concilia con il concetto di “catastrofe” al quale siamo solitamente abituati.


Ad esempio, i dinosauri, estintisi al termine del periodo Cretaceo la bellezza di 65 milioni di anni fa, non sono scomparsi dalla faccia della Terra in un giorno, ma hanno impiegato invece qualche milione di anni affinché il declino biologico – conseguenza di mutamenti climatico-ambientali – raggiungesse il livello critico da impedirne ulteriormente la sopravvivenza, a fronte di nuove specie, più adatte ad affrontare i cambiamenti.
Di fatto, un’estinzione di massa rappresenta una vera e propria transizione biologica da un ecosistema (animale e vegetale) preesistente, ad uno nuovo, che si caratterizza per la scomparsa di un più o meno grande numero di forme di vita, sostituite da altre che risultano meglio attrezzate per affrontare, ad esempio, i cambiamenti climatici ed ambientali cui il pianeta, nel corso del tempo (a seguito anche di eventi catastrofici come la caduta di un meteorite, o l’eruzione di un vulcano estremamente violenta), è andato incontro.
Va detto che non tutte le estinzioni di massa possono essere ritenute di pari importanza: ve ne sono di maggiori, e di minori.
Quel che le differenzia è, ovviamente, il tasso di estinzione, che si definisce come il numero di famiglie biologiche di vertebrati ed invertebrati marini, che si estinguono ogni milione di anni.
Solitamente, per milione di anni, il tasso di estinzione oscilla tra 2 e 5 famiglie biologiche. Se si verifica un aumento del valore, allora ci si trova di fronte ad un periodo di estinzione diffusa, la cui importanza aumenta proporzionalmente al tasso di estinzione stesso.
Sebbene, nell’immaginario collettivo, l’estinzione di massa per eccellenza sia sempre quella che spazzò via i dinosauri dalla faccia della Terra, in realtà ve ne sono state altre, nel corso del tempo.
Per la precisione, dai dati paleontologici e stratigrafici, sono state scoperte ben cinque grandi estinzioni di massa - denominate dagli addetti ai lavori "Big Five" - che si sono succedute ad intervalli irregolari nel tempo, e che hanno portato alla scomparsa di un numero enorme di specie biologiche, sicuramente meno famose dei dinosauri, ma certamente non meno interessanti sotto il profilo scientifico.
Queste profonde crisi biologiche, cui se ne affiancano di minori, hanno influito pesantemente sull’evoluzione della Vita sul pianeta, ed hanno permesso quel ricambio biologico indispensabile che ha permesso, infine, di trasformare – a partire proprio dall’estinzione del tardo Cretaceo – i mammiferi nella più evoluta classe biologica più evoluta attualmente esistente, ed avente nell’Uomo il massimo rappresentante.
Quali sono, dunque, queste celebri estinzioni di massa?


Estinzione del Vendiano, 650 M. a f.

Si tratta della più antica estinzione di massa della quale si abbia notizia, ed avvenne circa 650 milioni di anni fa, nel corso del Vendiano, un periodo del Proterozoico.
Lo studio di fossili e formazioni sedimentarie risalenti a tale periodo evidenziano chiaramente una netta diminuzione delle stromatoliti (strutture organogene originate dall’attività di ciano batteri), ma anche degli acritarchi (organismi fitoplanctonici), oltre alla scomparsa di un gran numero di specie rinvenute nella cosiddetta Fauna di Ediacara, ovvero la più antica testimonianza fossilifera  di organismi pluricellulari di cui si abbia, fino a questo momento, traccia (670-580 M. a f.).
Le cause di questa estinzione non sono, a tutt’oggi, affatto chiare: la scarsa disponibilità di materiale di indagine ha impedito di formulare un’ipotesi unica ed esaustiva. Si ritiene, pertanto, che la crisi biologica possa essere stata causata da una glaciazione, oppure dalla comparsa di predatori naturali.


Estinzione dell’Ordoviciano, 440 M. a f.

Relativamente a questa estinzione, avvenuta a distanza di ben 69 milioni di anni dalla precedente, si ha a disposizione un gran numero di prove documentali, paleontologico-sedimentarie, che hanno permesso di indagare meglio i meccanismi di tale crisi.
Si è trattato di un’estinzione di proporzioni straordinarie, capace di provocare l’estinzione addirittura del 22% delle specie viventi. Tra le vittime più illustri, ricordiamo i trilobiti, i graptoliti, gli echinodermi più primitivi, i conodonti, gli ostracodi ed i coralli.
Curiosamente, questa estinzione si sarebbe svolta in due riprese, separate da circa 1-2 milioni di anni.
La causa più accreditata, attualmente, sarebbe riconducibile ad una sensibile oscillazione eustatica del livello marino.


Estinzione del Devoniano, 367 M. a f.

Questa terza, vasta crisi biologica, ebbe luogo addirittura 124 milioni di anni dopo quella dell’Ordoviciano, e coinvolse principalmente gli organismi costruttori dell’epoca: su tutti, furono i coralli tabulati e le stromatoliti a pagare il prezzo maggiore.
Tuttavia, oltre a queste specie, anche altre andarono incontro ad un’inevitabile scomparsa: brachiopodi, foraminiferi, e ben il 90% del plancton (animale e vegetale), oltre al 65% circa delle specie totale di pesci esistenti.
Sebbene l’estinzione del Devoniano sia stata molto ampia, in realtà fu anche altrettanto selettiva: le specie marine di acque basse furono più colpite, rispetto a quelle aventi come habitat acque più profonde; analogamente, gli organismi delle basse latitudini, furono largamente più colpiti rispetto a quelli delle alte latitudini.
Come se non bastasse, tra i pesci caratterizzati sia da rappresentanti d’acqua dolce che di mare, i primi furono decisamente meno colpiti: se ne salvò il 77%, contro il 35% di quelli marini.
Il picco d’estinzione è datato a circa 370 milioni di anni fa, al limite tra le età Frasniana e Famenniana (Devoniano Superiore).
Le cause di una simile estinzione, sebbene non del tutto chiare, sono riconducibili, secondo indizi di natura geochimica, ad una diminuzione della temperatura su scala globale.
Meno accreditata, ma comunque appoggiata da diversi sostenitori, l’ipotesi relativa ad un catastrofico impatto con un asteroide.


Estinzione del Permiano, 250 M. a f.

Si tratta dell’estinzione più importante per numero di specie coinvolte, che la Terra ricordi: ben l’83% delle specie marine fu cancellato dalla crisi biologica, che ebbe come risultato quello di modificare totalmente l’ecosistema marino.
Tra le vittime principali di questa straordinaria crisi biologica, vi furono le ultime specie di trilobiti, già quasi completamente estinti nell’Ordoviciano, molti cefalopodi (le goniatiti in particolare), le fusuline (grandi foraminiferi), coralli tabulati rugosi e numerosi gruppi di brachiopodi, crinoidi e gasteropodi.

Un esemplare di fossile di Brachiopode, risalente al Permiano.

Molti altri gruppi, sebbene non scomparvero, furono duramente colpiti dalla crisi, riducendosi comunque di numero ed importanza. Tra essi figurano lo zooplancton, cefalopodi, pesci ed organismi bentonici (gli organismi che vivono vincolati al fondale).
Oltre all’ambiente oceanico, anche quello continentale fu caratterizzato da una serie di estinzioni, che colpirono in particolare sia i rettili che gli anfibi.
Dalle prove relative a questa profonda crisi biologica, sembra emergere un quadro del tutto particolare: l’estinzione sarebbe avvenuta a più riprese, non in un’unica fase.
Tra le cause ritenute più probabili, figura certamente la riduzione delle province biogeografiche, a seguito della particolare configurazione assunta, in quel periodo, dai continenti.
La formazione della Pangea, l’ unico continente circondato da un unico oceano, il Pantalassa, ridusse sicuramente la varietà di habitat a disposizione della proliferazione biologica, implicando un’uniformazione climatica che, quasi certamente, rese inadatti alle nuove condizioni, un vasto numero di specie, marine e terrestri, animali e vegetali.
Un altro fenomeno, verificatosi alla fine del Permiano e da molti considerato altra causa della crisi biologica di quel periodo, consiste nell’aumento del volume dei bacini oceanici, dovuto ad un rallentamento della produzione di materiale nei pressi delle dorsali oceaniche.
Il conseguente invecchiamento del pavimento oceanico, il raffreddamento e lo sprofondamento della crosta, avrebbero provocato un abbassamento del livello delle acque, su scala mondiale, pari a ben 200 metri.
Una simile evento provocò la scomparsa degli habitat che, fino ad allora, avevano caratterizzato quella che era la piattaforma continentale, modificando al contempo il clima lungo quelle che, fino ad allora, erano state zone costiere, che nel volgere di breve tempo divennero invece zone continentali interne.


Estinzione del Triassico, 210 M. a f.

La quinta estinzione di massa ebbe luogo 210 milioni di anni fa, verso la fine del Triassico. Tale crisi biologica portò alla scomparsa delle ammoniti, delle quali sopravvisse una sola specie, in seguito diversificatasi, ma a sua volta destinata al declino definitivo nel Giurassico.
Anche i gasteropodi, i lamellibranchi e le spugne, insieme ad un’enorme varietà di rettili marini, furono colpiti dall’estinzione.
In ambiente continentale, invece, si ebbe un totale rinnovamento della fauna, con la scomparsa dei rettili più primitivi e la comparsa di nuove specie che, nel volgere di qualche milione di anni, avrebbero originato la specie dominante: i dinosauri.
Anche tartarughe, coccodrilli e lucertole, fecero la loro prima comparsa sul pianeta.
Anche in questo caso, ci si trova di fronte ad un’estinzione non sincrona, in quanto ebbe luogo in due distinte fasi, separate tra loro da circa 15 milioni di anni, alla fine dei piani Carnico e Norico.
Anche in questo caso, come motivi più plausibili, vengono chiamati in causa profonde modificazioni climatiche su scala globale, ed una notevole variazione del livello eustatico.


Estinzione del Cretaceo, 65 M. a f.

Per molti, se non per tutti, si tratta dell’estinzione per eccellenza, poiché ebbe il merito – se così possiamo dire – di provocare la scomparsa dei dinosauri, i giganteschi rettili che, per milioni di anni, dominarono il pianeta impedendo ai mammiferi di proliferare.
In realtà, se guardiamo all’intero Mesozoico (era intermedia, divisa in Triassico, Giurassico e Cretaceo), ci rendiamo immediatamente conto di come si siano succedute diverse fasi di estinzione, di carattere comunque minore, tali da non poter essere definibili “di massa”.
Oltre ai dinosauri, comunque ancora biologicamente fiorenti sul finire del Cretaceo, furono diversi i gruppi che scomparvero: le ultime ammoniti e le belemniti (cefalopodi), i plesiosauri (rettili marini), gli pterodattili (rettili volanti), i lamellibranchi del gruppo delle rudiste.
In generale, vi fu un profondo sconvolgimento degli habitat consolidati, con forte diminuzione della biodiversità a tutti i livelli.

Esemplari fossili di Belemnite.

 In ambiente continentale, oltre ai dinosauri ed agli altri gruppi citati, scomparvero tutti i grandi vertebrati, con l’eccezione delle forme semiacquatiche di piccole dimensioni.
Solo dopo diversi milioni di anni, i mammiferi, riusciranno a raggiungere uno sviluppo tale da porli nel ruolo dominante che era, un tempo, appartenuto ai grandi rettili.
Questa crisi biologica, tanto imponente e diffusa, tale da cambiare fisionomia al pianeta, ebbe comunque un carattere spiccatamente selettivo: i dinosauri si estinsero, ma non coccodrilli, lucertole, serpenti e tartarughe; tra i mammiferi furono più colpiti i marsupiali, meno i placentati;
gli organismi bentonici sopravvissero, mentre quelli planctonici furono gravemente colpiti; i nautili sopravvissero, mentre le ammoniti si estinsero.
Per decenni, la scomparsa dei dinosauri – e delle specie coeve estintesi – ha rappresentato uno degli enigmi più appassionanti per la scienza. Furono condotti di versi studi, ed avanzate diverse ipotesi: per anni, l’idea che fosse stato un radicale cambiamento climatico a provocare la scomparsa diffusa di tanti gruppi eterogenei, sembrò la più esauriente.
Un’altra ipotesi, meno credibile, fu quella relativa ad una serie di epidemie, su scala planetaria, capaci di colpire determinati gruppi e specie, anche dissimili tra loro, provocandone la scomparsa.
Tuttavia, la spiegazione dell’arcano giunse nel 1973, grazie alla scoperta di un tasso anormale di iridio nei sedimenti risalenti al tardo cretaceo, presso la Gola del Bottaccio (Gubbio).
Durante una campagna di studi, Louis e Walter Alvarez – il primo, premio nobel  per la Fisica nel 1968, il secondo, il figlio, rinomato geologo – in Umbria, si imbatterono in una vera e propria anomalia geochimica: l’iridio (simbolo chimico Ir), rappresenta un elemento estremamente raro nella crosta terrestre, e nessuna spiegazione di carattere strettamente geologico poteva spiegare una tale abbondanza di tale elemento nello strato K-T esaminato dagli Alvarez.
La constatazione che l’iridio sia largamente diffuso in corpi extraterrestri come comete ed asteroidi, ed il ritrovamento di anomale concentrazioni di iridio in altri campioni, coevi a quelli della Gola del Bottaccio, prelevati in giro per il mondo, convinsero infine la comunità scientifica che la causa dell’estinzione del Cretaceo sia dovuta ad un fattore extraterrestre: la caduta di un enorme meteorite.
La scoperta di Alan Hildebrand, laureando in geologia, di un enorme cratere presso la penisola dello Yucatan, datato immediatamente a 65 milioni di anni fa, fu la prova definitiva che la comunità scientifica cercava per spiegare finalmente l’estinzione del tardo Cretaceo.
Dalle analisi geochimiche, geologiche, mineralogiche, geofisiche e morfologiche del cratere, ribattezzato “Cratere di Chicxulub” apparve evidente come fosse stato generato dall’impatto di un enorme meteorite, del diametro di circa 10 km.

Localizzazione geografica del cratere di Chicxulub.

 Le analisi geofisiche evidenziarono una serie di importanti anomalie gravimetriche e magnetiche (alterazioni dei valori normali del vettore gravità e del campo geomagnetico), compatibili con la presenza di consistenti quantità di metallo concentrate nella parte superiore della crosta: si trattava proprio dei residui del meteorite, sparsi all’interno del cratere da impatto.
La presenza, poi, di stishovite, coesite e tectiti, certificava l’impatto di cui lo spaventoso cratere – dal diametro di circa 300 km, con un anello interno più piccolo, di “soli” 180 km – costituiva la straordinaria testimonianza.

Ricostruzione del cratere di Chicxulub, caratterizzato da una
struttura complessa a doppie pareti concentriche.

Anche in questo caso, ovviamente, fu individuata un’anomalia relativa all’abbondanza di iridio nei sedimenti costituenti le pareti ed il fondo craterico.
La violenza dell’impatto di un corpo di simili dimensioni, con la superficie terrestre, ebbe conseguenze inimmaginabili, su scala planetaria.
Ad una profondità di 1,3 km nella crosta terrestre, produsse una fusione delle rocce, che generarono andesiti – rocce magmatiche effusive, caratteristiche di ambienti di subduzione – originariamente invece ritenute la sommità di un antico domo magmatico.
Il detrito, le polveri ed i frammenti di roccia sollevati dall’esplosione, furono rapidamente immessi in atmosfera, dove si distribuirono uniformemente, grazie all’azione dei venti e delle correnti di alta quota, generando una cappa fitta, capace di impedire il passaggio dei raggi e del calore solare.
Questa grave alterazione ambientale si tradusse immediatamente in una crisi biologica di portata planetaria, sincrona, che colpì inizialmente gli organismi foto sintetici, incapaci di sintetizzare energia a partire dalla luce solare, estendendosi quindi, rapidamente, all’intera catena alimentare.
Le specie più forti sopravvissero alla mancanza di cibo, all’abbassamento della temperatura globale, alla diminuzione del livello del mare, ed a tutto quello che, di catastrofico, fu conseguenza dell’impatto cosmico.
La scomparsa dei dinosauri, e di buona parte degli organismi loro contemporanei, aveva trovato finalmente un colpevole.


Estinzione del Cenozoico, 35 M. a f.

Ebbe luogo circa 30 milioni di anni dopo la tragedia del Cretaceo Superiore, al limite tra Eocene ed Oligocene. Coinvolse sia organismi acquatici (marini e non), che i mammiferi in ambiente continentale. La causa di questa crisi biologica è da ricercarsi nell’abbassamento della temperatura globale.


Estinzione del Neozoico, 10.000 a. f.

Si tratta dell’estinzione più recente. A sancire la fine dei grossi mammiferi, come ad esempio i mammut, il bradipo gigante, il gliptodonte, ed i mastodonti, fu quasi certamente l’Uomo: la predazione eccessiva, infatti, costituisce l’indizio più accreditato di questa vera e propria “estinzione indotta”, prima avvisaglia della pericolosità del genere umano!


Le estinzioni dell’Ordoviciano, del Devoniano, del Permiano, del Giurassico e del Cretaceo, sono state ribattezzate “Big Five”, poiché sono state le più massicce, capaci di portare all’estinzione del maggior numero di specie viventi, modificando profondamente l’equilibrio biologico planetario.
Come visto, sono avvenute però  anche altre estinzioni, seppur di carattere meno terribile, a loro volta capaci di contribuire attivamente al processo naturale di “selezione” ed evoluzione della Vita sul nostro Pianeta.
Attualmente sono centinaia le specie, animali e vegetali, a rischio di estinzione per mano dell’uomo, come avvenne nel corso del Neozoico: inquinamento, alterazione dell’ecosistema, caccia indiscriminata, variazione climatica indotta, sono i principali fattori che stanno inesorabilmente segnando la fine di diversi gruppi biologici, molti dei quali – ironia della sorte! – comparvero sulla faccia della Terra, ben prima che l’Uomo rientrasse nei piani di Madre Natura!
In un futuro – forse neanche tanto remoto – anche l’Uomo sarà spazzato via da una crisi biologica. Non si tratta di una previsione, ma di una certezza: la Natura insegna che, quando una specie prende il sopravvento sulle altre, imponendosi come dominante, incontrastata, non fa altro che avviarsi, lentamente, verso il proprio declino.
L’estinzione, in altri termini, serve come evento riequilibrante, sotto il profilo biologico, su scala planetaria: cancellare le specie dominanti per dare spazio a nuove, sempre più evolute, espressioni del concetto di Vita.
Piuttosto, è utile riflettere sul fatto che, mentre i dinosauri, a torto considerati stupidi e poco intelligenti, hanno dominato il Pianeta per ben 165 milioni di anni, difficilmente l’Uomo riuscirà a fare di meglio.
Perfino eguagliare questo risultato, risulterà impossibile al genere umano.
Un così elevato grado evolutivo, una tale civilizzazione, comportano anche molte più complicazioni sotto il profilo biologico: sovrappopolamento del pianeta, scarsità delle risorse idriche ed energetiche, cibo insufficiente, sviluppo di virus, carestie, pestilenze…
Risulta oggettivamente difficile immaginare il genere umano capace di fronteggiare tutti queste minacce, molte delle quali create dall’Uomo stesso.
Un virus, molto probabilmente, ci seppellira: SARS, H1N1, Ebola, e via dicendo, sono piccole avvisaglie.
Chi ci dice che alcuni di questi ceppi, in realtà, non siano esperimenti militari sfuggiti al controllo dell’autorità? L’Uomo, da sempre, mostra l’innata tendenza non solo a voler sopraffare le altre specie, ma anche i propri simili.
Armi nucleari, chimiche, biologiche, sono i più efficaci e terribili ritrovati della tecnologia militare, pensati per mietere vittime tra i nemici, non solo tra i soldati, ma anche tra i civili.
Potrà, quindi, essere l’Uomo stesso a causare la fine del genere umano?

 
Il mondo senza l'Uomo: un passo avanti per la Natura?

Il dubbio è più che lecito.
Tuttavia, se così non fosse, c’è da scommettere che, prima o poi, la Natura si stancherà di essere tiranneggiata dall’Uomo, ed in qualche modo se ne libererà.
Chi arriverà, a quel punto, a prendere il nostro posto?
Si spera una specie più pacifica, meno aggressiva e violenta, con i simili e con la Natura.
Un’utopia? Non necessariamente.
Ad ogni modo, la lotta alla successione è già aperta…

6 commenti:

Anonimo ha detto...

L'articolo è molto interessante, complimenti. Vorrei fare una domanda.
Cosa ne peni circa l'ipotetico asteroide che dovrebbe colpire la Terra nel 2012, secondo le profezie Maya? Realtà, inzione, leggenda metropolitana? Che ne pensi? Ciao, e grazie!

Dario Rotolo ha detto...

Ciao. Mi dispiace risponderti con ritardo, ma solo ora ho scoperto questo messaggio. Maledetto filtro anti spam... ;)
Personalmente sono scettico riguardo all'asteroide (come dici tu, appunto, ipotetico) che dovrebbe colpire la Terra nel 2012. Un asteroide come quello ipotizzato, con le attuali tecnologie osservative, sarebbe stato già individuato, qual'ora si fosse trovato ad una distanza tale da poter colpire la Terra, specialmente nel giro di un anno...
Quella del 2012 è una bufala, per altro neanche tanto ben congegnata, che si basa su un'errata interpretazione del calendario Maya. La famosa data in cui l'asteroide dovrebbe colpire la Terra, in realtà rappresenterebbe la fine di un ciclo temporale del calendario Maya, quindi l'inizio di un nuovo periodo. Assolutamente nulla di catastrofico.
E poi, ad essere sinceri, la probabilità che la Terra possa essere colpita da un asteroide di simili dimensioni è piuttosto scarsa (per non dire prossima a zero), in quanto i corpi a maggior rischio impatto sono diminuiti progressivamente con il passare dei milioni di anni dalla nascita del sistema solare, proprio perché hanno colpito in epoche remote pianeti (Terra, Luna, Marte, ecc.) riducendosi di numero.
Il 2012 sarà un anno come gli altri. Anzi, speriamo decisamente migliore!
Grazie per la domanda. Saluti e buone feste!

Federica ha detto...

Ciao. Complimenti per l'articolo. E' vero che nel 2038 si dovrebbe sfiorare la collisione con un grande asteroide che transiterà a qualche centinaio di migliaio di km dalla Terra? Quali sarebbero i rischi reali, in una situazione simile?
Grazie mille!

Dario Rotolo ha detto...

@Federica: ciao. Se ti riferisci all'asteroide 2002 CU11, secondo quanto dichiarato dal Jet Propulsion Laboratory di Pasadena, e dal Minor Planet Center, potrebbe avvicinarsi sufficientemente alla Terra nel 2049, provocando un ipotetico impatto.
Ad essere sinceri, le probabilità calcolate sono pari ad 1 su 9300. Non lasciarti ingannare dalle apparenze matematiche, in questo ambito si tratta di una probabilità abbastanza considerevole. Ad ogni modo, il rischio potrebbe aumentare o diminuire, a seconda dei risultati che ulteriori osservazioni, relative alla meccanica del corpo, forniranno.
Secondo i calcoli degli esperti, l'asteroide 2002 CU11 sarebbe in grado di rilasciare, in caso di impatto, un'energia pari a 53.000 megaton, l'equivalente di oltre 50 miliardi di tonnellate di tritolo.
Cosa significherebbe per la Vita sulla terra, un simile impatto? Quasi sicuramente... la fine! Lo sconvolgimento climatico, geofisico ed orbitale, potrebbe essere tale da annientare la Vita sul nostro pianeta, o quanto meno sufficiente da portare quasi ad un azzeramento biologico. Insomma, ci troveremmo di fronte all'ennesima estinzione di massa.

Renata_ontanoverde ha detto...

Interessante il tuo sito, al quale sono approdata in ricerca di sapere il nome della creatura fossilizzata nelle foto di un post che ho pubblicato oggi : mi potresti dare informazioni al riguardo?
www.ontanoverde.blogspot.com
Grazie ! tornerò di nuovo a leggerti con calma! e di nuovo complimenti!

Dario Rotolo ha detto...

Ciao Reneta, scusami per il ritardo nella risposta, ma a seguito di un trasloco, sto avendo problemi con la nuova linea internet. Dicevi di un fossile... Indicami il link per visualizzare la foto, sarei lieto di poterti aiutare (anche se la paleontologia non è il mio campo di specializzazione...). Sono a tua disposizione. Grazie infinite per l'attenzione che hai dedicato al blog. Spero di risentirti presto. Saluti!