domenica 18 dicembre 2011

Alla scoperta del petrolio - Seconda parte: trivellazione e tecniche di estrazione.

Abbiamo visto nella prima parte cosa siano, e come si formino, gli idrocarburi liquidi e gassosi. Sebbene tali fonti energetiche siano classificate come esauribili, in realtà si tratta di fonti del tutto rinnovabili, ma su una scala temporale geologica, non certo umana!
I processi biologici, geologici e chimici che portano alla formazione prima del cherogeno, quindi del petrolio e delle altre forme di idrocarburi, avvengono continuamente. Il problema, ragionando in tempi umani, è che ci vogliono milioni di anni, prima che il ciclo delle trasformazioni si completi e, come risultato finale, si abbiano finalmente petrolio, metano, ecc.
Troppo tempo, per noi poveri mortali!
Per questo, se su scala temporale umana il petrolio viene considerato una fonte esauribile di energia, in termini assoluti possiamo però affermare che non sia così.
Abbiamo poi visto come gli idrocarburi, a meno che non si verifichino condizioni del tutto particolari, restano confinati all’interno di rocce-serbatoio, i famosi reservoir, a migliaia di metri di profondità nella crosta terrestre.
A questo punto, dunque, come si fa a capire dove scavare per veder zampillare il tanto agognato oro nero dalla cima del pozzo?

Il discorso è invero molto complesso: occorrono una perfetta conoscenza della geologia, tecnologie adeguate, capitali da investire, ed una buona dose di fortuna.
Ancora oggi infatti, non ostante alle tecnologie applicate alla ricerca petrolifera siano destinati finanziamenti inferiori esclusivamente a quelli destinati alle spese militari, il successo di una perforazione non è mai assicurato!
Pertanto, trovare il petrolio rappresenta ancora un’attività ad alto rischio.
Le compagnie petrolifere sono costantemente impegnate ovunque, nel mondo, dai poli all’equatore, da oriente ad occidente, nella ricerca di nuovi giacimenti da poter sfruttare.
Il compito è però tutt’altro che facile, e prevede l’impiego di numerose figure professionali nell’ambito delle geoscienze: geologi strutturali, geochimici, geofisici, sedimentologi, paleontologi, geologi di giacimento, sono solo le principali, che intervengono nelle fasi di ricerca, e che rivestono un ruolo determinante nella riuscita di una perforazione.
Come mai tante figure diverse?
Semplicemente perché la serie di processi esplorativi che portano alla scoperta di un giacimento, richiede un ampio range di competenze, con professionisti altamente specializzati, in grado di fornire un apporto unico nelle varie fasi di studio, che si articolano in diverse, precise tappe.


Studi geologici preliminari, prospezioni geofisiche, ricostruzione strutturale.

Nelle ricerche on-shore, ovvero di giacimenti in area continentale, i primi importantissimi studi, a carattere preliminare, sono svolti sul campo da geologi esperti in sedimentologia e paleontologia. Questi, attraverso lo studio dei sedimenti e dei fossili presenti in affioramento nelle zone prescelte – sulla base di caratteristiche geologiche macroscopiche – sono in grado di fornire una prima ricostruzione del paleo-ambiente in cui hanno avuto luogo i fenomeni deposizionali.
Fossili di organismi planctonici, e presenza di sedimenti di adeguata granulometria, permettono di trarre importanti informazioni, che consentono di decidere se, nella zona, siano utili ulteriori indagini o meno.
Se, a questo, punto, lo si ritiene opportuno, si passa alla seconda fase: le prospezioni geofisiche e lo studio strutturale dell’area.
In questo caso entrano in gioco geologi esperti nella geofisica (studio delle proprietà fisiche della Terra) e nel campo della geologia strutturale (lo studio delle strutture tettoniche crostali).
I metodi della geofisica applicati alla ricerca petrolifera sono, essenzialmente, la magnetometria, la gravimetria, e la sismica a riflessione.
La magnetometria, come si deduce dalla parola stessa, si occupa dello studio della variazione del campo magnetico terrestre, e viene eseguita, in ambito petrolifero, su aree piuttosto estese.
Eventuali anomalie magnetiche (alterazioni del normale campo geomagnetico) non imputabili a cause artificiali, vengono interpretate nel corso dell’analisi come contrasti di suscettività magnetica (l’intensità della magnetizzazione di un corpo) delle rocce presenti nella crosta terrestre, alle varie profondità.
Tale fenomeno interessa le rocce magmatiche, ricche di minerali magnetici (magnetite, pirrotite, maghemite, greigite, ecc.), ma è irrilevante nelle rocce di tipo sedimentario, dove tali minerali sono presenti in quantità e concentrazioni di gran lunga inferiori.
Lo studio del record magnetometrico permette di risalire allo spessore delle rocce sedimentarie, in modo tale da capire se sia compatibile con l’eventuale formazione di petrolio.
A questa analisi si affianca quella gravimetrica: si tratta dello studio della variazione del campo gravitazionale che, come sappiamo, non è costante sull’intera superficie terrestre.
Oltre a risentire della distanza dal centro della Terra, risente anche della densità delle rocce presenti nella zona in cui si svolge la misurazione, effettuata con il gravimetro.
Uno strato roccioso di elevata densità (ad esempio gabbri e basalti) provocano un leggero aumento del vettore gravità, mentre, al contrario, rocce di densità minore (duomi salini, rocce sedimentarie) ne provocano una diminuzione.
In tal modo è possibile capire, eseguite le opportune correzioni (dovute ad una serie di fattori locali, ma non solo), se sono presenti volumi di rocce sedimentarie, possibili reservoir, verso i quali indirizzare l’attenzione.
Lo studio delle anomalie gravimetriche (anomalie di Brouger) può mettere in evidenza, se presenti, anche strutture minori all’interno della crosta terrestre (localizzazioni sedimentarie isolate in corpi magmatici e/o metamorfici).
Un importantissimo contributo alla prospezione geofisica arriva poi dalla sismica a riflessione: lo studio del comportamento delle Onde P riflesse, originate da terremoti artificiali, permette di ricavare le cosiddette sezioni sismiche.
Attraverso una serie di esplosioni tramite cariche di profondità, o eseguendo delle percussioni del suolo con masse assai considerevoli, vengono generate delle onde sismiche – del tutto indistinguibili da quelle dei sismi naturali – che si propagano negli strati rocciosi sottostanti.
Le onde sismiche, al variare della densità del mezzo attraversato, subiscono i fenomeni di rifrazione (deviazione dalla traiettoria originaria di un angolo proporzionale alla differenza di densità tra le rocce attraversate) e riflessione (riflessione lungo la traiettoria di provenienza, verso la superficie terrestre).
Misurando il tempo impiegato dalle onde riflesse, a partire dalla sorgente, per tornare in superficie, è possibile ottenere un quadro assai preciso delle condizioni strutturali del volume crostale in esame.
Questo metodo può fornire sezioni sia in 2D che in 3D, e risulta assai preciso fino a profondità nell’ordine degli 8-10 km.


 Illustrazione riassuntiva delle varie operazioni di campagna: prospezioni geologi-
che e geofisiche, analisi di laboratorio, trivellazione.
 
Lavorando in ambiente off-shore, quindi in mare, non è ovviamente possibile ricorrere alla percussione del suolo, ed alle cariche esplosive si preferisce impiegare un getto di ossigeno ad altissima pressione (14-21 MPa), detto Air Gun, il quale provoca delle onde di compressione nell’acqua, capaci di propagarsi nelle rocce del fondale.
Questo sistema, l’Air Gun, è assai dibattuto poiché responsabile di enormi danni arrecati alla fauna marina, in particolar modo ai cetacei, ma è, a tutt’oggi il metodo più impiegato per le prospezioni sismiche in ambiente marino.
Ad ogni modo, la prospezione sismica permette di identificare la presenza di trappole geologiche, ovvero le strutture – interpretate quindi dai geologi strutturali – che potrebbero aver intrappolato del petrolio all’interno delle rocce del reservoir.

Schema dell'esecuzione di un Air-Gun in ambiente oceanico.
 
A questo punto, dopo aver interpretato in chiave strutturale i risultati della sismica a riflessione, se ritenuto opportuno, si procede con la trivellazione.
È proprio questa la fase più costosa dell’intero percorso verso l’oro nero: non è detto che i dati ottenuti attraverso le indagini geologiche e geofisiche, alla fine, confermino con certezza la presenza di petrolio nel sottosuolo.
Unicamente procedendo con la perforazione si avrà la prova di quanto evidenziato dalle prospezioni.
Mentre un’indagine sismica può costare dai 2.000 ai 4.000 $ al km (si scende a soli 400 $ in mare), il costo di una perforazione si aggira tra i 15.000  $/giorno (perforazione on-shore) ed i 150.000 $/giorno (perforazioni off-shore).
Se consideriamo che, non di rado, l’insieme delle operazioni di perforazione di un pozzo può durare anche un anno, per terminare una trivellazione di un pozzo pilota in ambiente marino, nella peggiore delle ipotesi, si spenderebbero la bellezza di quasi 55 milioni di $.
Spesso poi, per individuare un giacimento economicamente sfruttabile, occorre effettuare ben più di una perforazione, arrivando sovente a superare la decina di tentativi.
Facendo due calcoli, è chiaro perché il petrolio sia stato soprannominato oro nero…
Tuttavia non dobbiamo dimenticare che, nel caso di esito positivo, i benefici siano di gran lunga superiori ai costi!
L’individuazione di un giacimento economicamente rilevante (magari del tipo giant o supergiant), garantisce introiti per decenni, assicurando ampiamente un rientro economico che, oltre a tradursi in utili, permette ovviamente di sostenere le ulteriori campagne di prospezione.


La perforazione esplorativa.

Prima di iniziare una perforazione, operazione assai dispendiosa e complessa, occorre predisporre la logistica, ed inviare presso il sito prescelto per la trivellazione, uomini, mezzi e materiali per operare.
A seconda dell’ambiente in cui si dovrà intervenire, si predisporrà un piano tecnico di intervento.
Nel caso delle perforazioni on-shore, meno complesse, si ricorre all’impiego di torri di trivellazione appositamente realizzate ma, se ci si trova ad operare in ambiente off-shore, le cose si complicano (spesso di molto), ed è necessario ricorrere all’impiego di navi di perforazione a posizionamento dinamico, oppure di apposite piattaforme.
Le navi, grazie a sistemi di posizionamento satellitare estremamente sofisticati, possono operare anche a profondità piuttosto elevate, spostandosi in tempi brevi in punti diversi dell’area di operazione, nel caso di più perforazioni.
Le piattaforme, invece, vengono impiegate solitamente quando ci si trova a profondità particolarmente elevate, ed è necessario operare con una struttura più complessa, impiegando mezzi che su una nave non potrebbero essere alloggiati o impiegati in maniera ottimale.
Di piattaforme di perforazione ne esistono diversi tipi.
Per le operazioni in acque la cui profondità  non superi i 100 mt, si impiegano le piattaforme del tipo jack-up, dotate di vere e proprie zampe che, attraverso degli appositi meccanismi, possono poggiarsi sul fondale garantendo l’equilibrio e la stabilità ottimali per procedere con la trivellazione.

 Piattaforma jack-up "Constellation", con i piloni sollevati e il deck 
(ponte di lavoro) in galleggiamento.

 Per fondali profondi, si impiegano invece le ben più grandi, e complesse, piattaforme semisommergibili. Si tratta di strutture posizionate al di sopra di un gigantesco cilindro d’ acciaio, che viene parzialmente riempito di acqua di mare, in modo tale da affondare fino a portare in posizione orizzontale l’intero complesso.
Tramite sistemi di posizionamento dinamico basati su satellite, o ricorrendo ad appositi cavi di ancoraggio, la piattaforma viene quindi stabilizzata per poter, finalmente, iniziare la perforazione.


 Piattaforma di trivellazione ancorata al fondale tramite piloni,( Mare del Nord).

 Il metodo di trivellazione impiegato solitamente per la creazione del pozzo di estrazione, è denominato rotary, e si basa sull’impiego di una testa, detta scalpello, collocata sul fondo del pozzo precedentemente ricavato.
Questa punta, appositamente disegnata per frantumare la roccia, è collegata alla superficie tramite un sistema di alberi cavi, l’ultimo dei quali è sospeso in cima alla torre (Derrick) di perforazione (sia in caso di perforazione on-shore che off-shore).
Proprio a partire dalla rotazione di questo ultimo albero, effettuata grazie ad appositi motori, viene trasmesso il moto rotatorio alla testa, in fondo al pozzo, che per attrito, frantuma le rocce circostanti, procedendo quindi verso il reservoir.
Gli alberi rotanti sono cavi in quanto, al loro interno, viene iniettato un fango denominato fango di perforazione, che svolge diverse, e fondamentali, funzioni.
Innanzitutto, serve a ridurre l’attrito tra la testa rotante e la roccia circostante, abbassando la temperatura del rotary, e favorendo al contempo la risalita verso la superficie del detrito di escavazione, che ha luogo attraverso la cavità stessa nei tubi o, più sovente, sfruttando lo spazio tra le pareti del pozzo ed i tubi stessi.
Giunto in superficie, questo fango viene filtrato, separato dal materiale litico recuperato, quindi re-iniettato nel pozzo.
Altra funzione molto importante di questo fango, la cui composizione è variabile in base alle caratteristiche litologiche delle rocce in cui si svolge la perforazione, è quella di controbilanciare la spinta dei fluidi presenti nelle rocce permeabili attraversate dalla perforazione, onde evitare che questi possano riempire il foro, compromettendo così l’intera operazione.
I fanghi di perforazione rappresentano un capitolo abbastanza delicato dell’intera faccenda. Come detto, la loro composizione chimica è assai variabile, in funzione delle rocce da perforare (densità, durezza, ecc.), e spesso mantenuta segreta dalle stesse aziende che si occupano della loro produzione.
Il motivo è semplice: spesso si tratta di composti non propriamente “salutari” per l’ambiente circostante, per cui risulta più prudente evitare di sbilanciarsi circa la loro composizione, al fine di non imbattersi in grane di natura ambientalista.
Nel corso della perforazione poi, per evitare un collasso delle pareti del pozzo, spesso si ricorre al casing, ovvero all’incamiciatura del pozzo, che viene rivestito con tubi contenitivi in acciaio.
Sebbene il casing riduca considerevolmente il diametro del pozzo, è fondamentale per proteggere il lavoro svolto dallo scalpello, evitando il collasso delle pareti, o la caduta dei detriti verso il fondo.
La velocità di avanzamento della perforazione dipende da diversi fattori: primi tra questi sono la coerenza delle rocce attraversate, ed il tipo di testa rotante impiegato.
Per le rocce ad elevata durezza, viene montato un tipo di scalpello a testa diamantata, ovvero con la superficie d’attrito rivestita da diamanti (naturali ed industriali), in grado di frantumare molto efficacemente rocce coerenti, ad un elevato regime di rotazione del sistema.
Spesso, questi scalpelli sono del tipo PDC (polycristalline diamond compact bit), realizzati con diamanti sintetici ed inserti di carburo di tungsteno.
Nel caso di rocce meno coerenti, si impiegano teste meno costose, più tradizionali, realizzate con lame e rulli in acciaio ad altissima resistenza.

Punta rotante del tipo PDC (Polycristalline diamond compact bit)

  Man mano che la perforazione procede, in superficie ha luogo un accurato studio del materiale detritico proveniente dalla crosta attraversata, al fine di ottenere quello che in geologia si chiama log-stratigrafico, ovvero uno schema relativo alla tipologia delle rocce attraversate, alla loro potenza  (spessore verticale degli strati), ed alla granulometria caratteristica (degli strati sedimentari).
Le apparecchiature impiegate per eseguire i log possono impiegare svariate tecnologie (a raggi-γ, a neutroni, a decadimento, ecc.), e vengono calate all’interno del pozzo di perforazione per effettuare le analisi in-situ.
Terminata la perforazione, con il raggiungimento del reservoir, il petrolio contenuto nelle rocce porose inizia a risalire verso l’alto: non servono pompe aspiranti, è sufficiente la pressione litostatica esercitata dalle rocce soprastanti, per creare un gradiente barico che porta il petrolio  a risalire in superficie.
Quando, finalmente, l’oro nero zampilla in cima alla torre di perforazione, significa che non sono stati buttati via i soldi, e che il gioco è ampiamente valso la candela.
A questo punto, scoperta l’effettiva presenza di un giacimento, si deve procedere alla quantificazione del giacimento stesso: capirne l’estensione, i limiti, stimarne la importanza.
Per fare ciò vengono realizzati dei pozzi di delimitazione, che permettono di valutare l’estensione areale della zona in cui avviare lo sfruttamento del giacimento, ai quali fanno seguito, finalmente, gli impianti di estrazione veri e propri.
Le piattaforme di trivellazione, dopo aver svolto tutto questo, vengono trasferite, per lasciare il posto alle più imponenti piattaforme di estrazione, spesso delle vere e proprie città galleggianti, attrezzate non solo per poter estrarre il petrolio dal giacimento, ma spesso anche per raffinarlo in-situ, senza dover attendere di mandare il greggio a terra, presso gli impianti raffinazione (talvolta lontani centinaia o migliaia di km).

Piattaforma di estrazione e raffinazione ancorata al fondale tramite piloni.     

 Le piattaforme di estrazione possono essere vincolate al fondale tramite piloni in acciaio e cemento (per fondali non eccessivamente profondi), oppure essere del tipo semi-sommergibile, analogamente alle piattaforme di perforazione.
Anche in questo caso, sono mantenute in posizione tramite enormi cavi di ancoraggio, oppure con l’ausilio di propulsori che, grazie al satellite, provvedono a mantenere la piattaforma perfettamente allineata con i tubi collegati al fondale.
Progettate per durare decenni, le più grandi piattaforme possono innalzarsi fino a circa 300 m sul livello del mare, e sono dotate di ospedali particolarmente attrezzati, piattaforme elicotteristiche, camere molto confortevoli, ed ogni sorta di intrattenimento.
Si tratta di vere e proprie città galleggianti, dotate di ogni possibile confort, per garantire un livello di vita accettabile ad operai, geologi ed ingegneri, che concorrono alla sua gestione e manutenzione.
Lavorare su una piattaforma petrolifera, significa andare incontro a turni di lavoro estenuanti, in condizioni atmosferiche spesso disumane, con il costante rischio di incidenti, spesso anche gravi.
Ad esempio, nel Mare del Nord, in inverno le onde di tempesta raggiungono i 20 metri, ed il vento soffia a velocità anche superiori ai 160 km/h, mentre la temperatura scende ben al di sotto di 0°C.
Insomma, non proprio uno scherzetto!

Le condizioni, specialmente nel Mare del Nord, sono spesso proibitive, con
vento e onde spaventosi, tali da isolare per giorni o settimane l'impianto. 

 I turni di lavoro, poi, sono scanditi da un rigido regime di alternanza tra imbarco e sbarco: ogni tre mesi di lavoro in piattaforma, ne seguono due di riposo.
Tuttavia, ciò può variare in base alla compagnia che gestisce l’impianto estrattivo.
Gli stipendi sono mediamente molto lauti – proporzionati al rischio che un simile lavoro comporta – e vengono pagati in dollari (valuta ufficiale di quotazione del petrolio sui mercati internazionali).
Sulle piattaforme di estrazione, una volta che il petrolio giunge in superficie, insieme agli idrocarburi gassosi, subisce un processo di depurazione chimica, con il quale si eliminano le impurità presenti (zolfo, sali, paraffine, ecc.), particolarmente nocive per le tubazioni, essendo corrosive.
Solo dopo che tali impurità sono state eliminate, il greggio viene trasportato dalla piattaforma verso le raffinerie a terra, tramite gli appositi oleodotti, la cui lunghezza è spesso pari a qualche migliaio di km.
Ciascuna piattaforma petrolifera è in grado di drenare il contenuto del giacimento proveniente da diversi pozzi petroliferi (solitamente, ad una piattaforma fanno capo dai 12 ai 24 pozzi di estrazione), capaci di trasferire il greggio, dal giacimento, in modo più omogeneo.
Le piattaforme dotate di impianto di raffinazione, quelle di dimensioni maggiori, sono attrezzate anche per rifornire direttamente le petroliere, le quali provvedono al trasporto del greggio verso gli impianti di terra, dove il petrolio viene ulteriormente trattato prima di essere commercializzato e distribuito.
Nella quasi totalità dei casi, contrariamente a quanto si potrebbe immaginare, le piattaforme di estrazione non appartengono direttamente alla compagnia petrolifera che detiene i diritti per l’estrazione del greggio dal giacimento, ma vengono noleggiate da contractors, ovvero società esterne che si occupano di fornire supporto logistico alle compagnie.
Struttura, equipaggio, personale tecnico e quant’altro, appartengono a società esterne alla compagnia petrolifera.
Molti di questi contractors, tra i quali ricordiamo la texana Halliburton (operativa in circa 120 Paesi), forniscono consulenza a 360°, occupandosi spesso anche del lato scientifico e logistico delle prospezioni. Il volume d’affari di queste compagnie è, come è facile immaginare, spaventoso, se consideriamo che, mediamente, il noleggio di una piattaforma per estrazione off-shore, può aggirarsi mediamente in 300.000 $ al giorno…
Non meraviglia dunque che, nella stessa Halliburton, abbia a lungo lavorato come dirigente Dick Cheney, ex-vice di Bush Jr. alla Casa Bianca, e strenuo sostenitore dell’intervento militare in Iraq (paese notoriamente benedetto dall’oro nero…).
Questo può fornire solo una minima, e vaga idea, di quanto lucrosi potrebbero essere gli interessi di un intreccio politica-petrolio, considerando anche che la Halliburton, oltre a lavorare in ambito petrolifero, fornisce supporto logistico alle truppe statunitensi in giro per il mondo (il loro motto è, niente meno “Proud to serve our troops”).
Ma questi sono discorsi che esulano dalla Geologia, e dei quali ognuno potrebbe ben comprendere le implicazioni politiche, economiche, e strategiche.


Processi di stabilizzazione geologica dell’area di perforazione.

L’estrazione del petrolio dalle rocce del reservoir, come si può facilmente immaginare, provoca una diminuzione della resistenza delle rocce stesse alla pressione litostatica della crosta soprastante. In questo modo, man mano che l’estrazione prosegue, si generano fenomeni di subsidenza, ovvero di lento sprofondamento verticale della bacino in superficie (continentale o marino), per la diminuzione della contropressione interna esercitata dalle rocce del reservoir, ormai sempre più povere di idrocarburi.
La pressione dei pacchi rocciosi interposti tra la superficie ed il giacimento, subisce un aumento relativo, con il risultato di provocare una compattazione delle rocce porose, nelle quali la mancanza di idrocarburi nelle cavità, provoca una diminuzione drastica della resistenza meccanica.
Questo fenomeno è alla base di forti instabilità geologiche non solo nei pressi dell’area di perforazione, ma anche nelle zone contigue, dove il riassestamento delle rocce in profondità può generare sismi, spesso entità rilevante.
Un classico esempio di sprofondamento da subsidenza, è quello che si registra presso il delta del Po. In questo caso, si verifica l’azione combinata dell’accumulo di materiale sedimentario deposto dal fiume, e del progressivo svuotamento dei depositi di gas naturale lungo la costa adriatica.
Proprio per cercare di limitare simili problemi, oggi si inietta acqua salata all’interno delle rocce del reservoir, in modo tale che questa possa sostituire il petrolio e contribuire, al contempo, a mantenere un’adeguata contropressione interna alla roccia, da opporre alla spinta verticale dei pacchi soprastanti.
Il processo di iniezione dell’acqua nelle rocce parzialmente svuotate del giacimento, non provoca un miscelamento con il petrolio ancora presente, in quanto i due liquidi hanno densità differenti.
In realtà, il pompaggio dell’acqua nelle rocce del reservoir riveste anche importanza pratica ai fini estrattivi: la diversità della densità tra acqua e petrolio provoca una migrazione verso il fondo del giacimento dell’acqua, ed una conseguente risalita del petrolio verso la superficie, ottimizzando in questo modo il processo di drenaggio.
In questo caso, all’acqua vengono aggiunti fluidificanti e solventi, capaci di facilitare la mobilizzazione del greggio, riducendone l’interazione con la roccia-serbatoio.
Talvolta, al posto dell’acqua salata, viene impiegato metano.
Si deve infatti tenere presente che, sebbene le tecniche estrattive si affinino continuamente (proprio per gli ingenti investimenti economici sostenuti dalle compagnie), di un giacimento si riesce a sfruttare una percentuale ben lontana dal 100% del petrolio effettivamente in esso contenuto!
Diciamo che, secondo le stime, da un giacimento si riesce ad estrarre circa il 60% del greggio potenziale.
Per questo sono continuamente allo studio tecniche sempre più efficienti di estrazione, poiché il miglioramento, anche solo marginale, della percentuale di greggio drenato, comporterebbe un notevole aumento dei profitti, allungando al contempo la durata del petrolio in quanto risorsa energetica.

Nella prossima puntata:

Cosa avviene nel corso della raffinazione?
Quali sono i vari prodotti e sottoprodotti che si ottengono al termine del cracking chimico?
Quali sono le stime circa la durata delle attuali risorse petrolifere?

4 commenti:

LauraStella ha detto...

Mamma mia e che costi! Non avevo idea che cercare il petrolio costasse così tanto. Sarò ingenua, ma davvero non immaginavo! 40 milioni di euro per effettuare una trivellazione, che spesso non porta a niente, tranne che ad unos cempio ambientale... non ho parole!
E comunque, è ora che si dia davvero impulso alle energie alternative, altrimenti wuando anche ll'ultima goccia sarà stata spremuta, che faremo?
E poi, non sapevo che addirittura non si riuscisse a sfrutta per intero un giacimento! Questo mi fa paura, perché in futuro si potrebbero isperdere risorse preziose per cercare di recuperare il petrolio residuo, invece che di investire in fonti alternative!
Sarebbe la beffa più tremenda!

Dario Rotolo ha detto...

Ciao Laura! Benvenuta su questo blog! Effettivamente, pochi hanno idea, o si sono mai chiesti, quanto elevati siano i costi che le compagnie petrolifere devono sostenere per riuscire ad individuare e sfruttare i giacimenti. Sono cifre che fanno paura, e fanno anche riflettere. Solo l'industria militare spende di più, ed ha un livello tecnologico superiore. Se si investisse così tanto nelle energie pulite, ne guadagneremmo meglio tutti. Purtroppo, fino a quando il petrolio avrà un ruolo centrale nella politica e nell'economia mondiale, una vera presa di coscienza sarà difficile.

Anonimo ha detto...

Gentile Dario Rotolo,
vorrei sapere quali sono le fonti bibliografiche di ciò che ha scritto, perchè trovo molto utili queste informazioni e le vorrei utilizzare in una ricerca scolastica.

Dario Rotolo ha detto...

Buongiorno Anonimo.
Oltre alle mie conoscenze tecniche di geologo, vi sono informazioni attinte da alcuni ottimi testi universitari e divulgativi, tra i quali potresti citare i seguenti:

- La terra: ritratto di un pianeta (Stephen Marshak, ed. Zanichelli, anno 2004), testo universitario;
- Il globo terrestre e la sua evoluzione (Lupia, Palmieri, Parotto, ed. Zanichelli, anno 1993), testo universitario;
- Il futuro dell'energia (Mario Tozzi, Valerio Rossi Albertini, ed. Ambiente, anno 2011), testo divulgativo;
- L'Italia a secco. La fine del petrolio e la nuova era dell'energia naturale (Mario Tozzi, ed. Rozzoli, anno 2006); testo divulgativo.

Spero di esserti stato utile, e grazie per l'apprezzamento dimostrato!
In bocca al lupo con gli studi.
Saluti.