martedì 1 maggio 2012

Viaggio al centro del Vesuvio: nascita, inquadramento geologico-strutturale, breve storia eruttiva.



Per secoli, la sua sagoma inconfondibile è stata fonte di ispirazione per poeti, pittori, musicisti, e romantici in cerca di emozioni. A lui sono state dedicate odi, poesie, quadri, partiture, opere indimenticabili. Lui, il Vesuvio, viene spesso identificato con una presenza benevola e silenziosa, che si staglia imponente nella splendida cornice del Golfo di Napoli, baluardo e simbolo stesso della città.

Affascinante, il complesso Somma-Vesuvio, lo è di sicuro, e non solo dal punto di vista paesaggistico, ma anche – e soprattutto – sotto il profilo geologico.
Per molti, infatti, il vulcano partenopeo costituisce il prototipo del vulcano per antonomasia: il suo edificio tronco-conico, ornato dalla fitta vegetazione, è l’immagine, l’essenza stessa, del vulcano.



Proprio presso le pendici del Vesuvio, nel 1845, si è tenuta a battesimo un nuovo ramo della geologia, la vulcanologia, in occasione dell’inaugurazione dell’Osservatorio Vesuviano, il primo ente di ricerca mondiale, dedicato interamente alla comprensione delle dinamiche alla base del vulcanismo eruttivo.

Sempre grazie al Vesuvio, in occasione della tragica eruzione del 79 d.C., che spazzò via dalla faccia della Terra le città di Pompei, Stabia, Ercolano ed Oplonti, si deve la prima descrizione precisa di un’eruzione esplosiva.

Fu Plinio il Vecchio, naturalista e comandante della flotta romana alla fonda presso Capo Miseno, a descrivere con estrema precisione, e rigore scientifico, l’intero evento eruttivo che costò la vita ad oltre duemila persone.
Lo stesso Plinio, incredibilmente affascinato da quella vera e propria apocalisse di fuoco che quella montagna, fino ad allora ritenuta innocua, fu capace di scatenare nel giro di qualche decina di ore, perì nel corso degli eventi.

Spettacolare veduta del Golfo di Napoli, dominato dal Somma-Vesuvio.

Spostandosi da Miseno (a 21 km dal Vesuvio) verso Stabia, ospite di Pomponiano, per studiare più da vicino l’incredibile evento, fu soffocato dai gas venefici liberati dal vulcano nel corse dell’eruzione.
La sua testimonianza, di valore inestimabile, rappresenta la prima descrizione scientifica di quella che, in onore del coraggioso naturalista romano, è stata poi ribattezzata eruzione di tipo “pliniano”.
Prima di allora, il Vesuvio aveva già ciclicamente manifestato la propria furia devastatrice, lasciando cicatrici indelebili non solo nel territorio circostante, ma anche a grande distanza dal centro eruttivo stesso.
Successivamente al 79 d.C., le cose non andarono diversamente: il complesso Monte Somma-Vesuvio continuò ad alternare eruzioni relativamente tranquille (effusive) a manifestazioni estremamente violente (esplosive), reclamando spesso altre vite umane, e contribuendo ad accrescere costantemente la sua fama di spietato distruttore.
Purtroppo, non ostante le innumerevoli testimonianze relative alla sua furia, oggi molta gente sottovaluta completamente la pericolosità del gigante partenopeo.
Caso curioso, mentre nel mondo il Vesuvio viene considerato – per ovvie ragioni – il vulcano più pericoloso, napoletani ed abitanti della cintura vesuviana guardano alla “montagna di fuoco” come ad un gigante addormentato, ormai stanco di seminare morte e distruzione, deciso a dormire per il resto dei suoi giorni.
Purtroppo si tratta di una gravissima forma di ignoranza, in quanto il Vesuvio non ha assolutamente cessato la propria attività. La fase nella quale si trova viene indicata in gergo come “fase di quiescenza”, ovvero la fase del ciclo di vita di un vulcano compresa tra due eruzioni successive.
In questo lasso di tempo un vulcano dorme, è silente, ma l’attività magmatica non cessa. Nelle sue viscere, a chilometri di profondità all’interno della crosta terrestre, in quella che i geologi chiamano “camera magmatica”, i processi geodinamici che alimentano il vulcano non cessano, ma proseguono incessantemente, senza per questo originare un’eruzione.
Lentamente, nel tempo, il magma continua ad accumularsi, e con esso i gas, che sono i principali responsabili delle eruzioni violente che caratterizzano l’attività di vulcani come, appunto, il Vesuvio.
Un vulcano è una struttura particolarmente complessa, le cui dinamiche non sono state ancora pienamente comprese, ma una cosa è certa: il Vesuvio dorme, ma prima o poi si sveglierà.
Non sappiamo quanto durerà ancora questo sonno – non ci sono segni di ripresa di un’attività eruttiva – ma possiamo essere ragionevolmente certi che, quando deciderà di risvegliarsi, lo farà in modo devastante.
Non con spettacolari colate di lava, come quelle prodotte dal gigantesco Etna, ma con un’esplosione la cui violenza potrebbe essere pari – se non addirittura superiore – a quella che cancellò per sempre Pompei, Stabia, Ercolano ed Oplonti.

Il Somma-Vesuvio visto dalle rovine di Pompei.

Ciò che differenzia il Vesuvio dall’Etna – il più grande vulcano continentale europeo – è il processo che ne alimenta la camera magmatica, e che conferisce al magma del Vesuvio proprietà fisico-chimiche tali, da determinare appunto eruzioni esplosive, piuttosto che effusive.
Ad essere precisi, il Vesuvio ha, nel corso della sua attività eruttiva, alternato pe-riodi contraddistinti da episodi eruttivi, a periodi fortemente esplosivi.
Un vulcano poliedrico, capace di devastare, ma anche di dar vita ad eruzioni meno distruttive, delle quali sono rimaste tracce non solo sul piano scientifico, ma anche artistico e culturale.

Inquadramento geologico-strutturale del Vesuvio, e cenni sulla sua storia eruttiva.

Il Vesuvio, così come lo conosciamo oggi, è in realtà l’ultima fase evolutiva di un complesso vulcanico ben più antico, noto come Somma, e del quale oggi non rimangono che le vestigia dell’antico edificio che, collassando, ha generato una caldera di dimensioni pari a 4,9 per 3,4 km.
Dalla sovrapposizione dei resti dell’edificio del Somma (che raggiunge quota 1.130 m, presso Punta del Nasone) e del Vesuvio (che tocca invece quota 1.281 m), si origina lo spettacolare strato-vulcano che si affaccia sul Golfo di Napoli.
La struttura del complesso Somma-Vesuvio è riconducibile a quella che, in gergo, viene definita vulcano a recinto: si tratta di una caldera (formazione sub-circolare con pareti ripide, piuttosto profonda, e con un diametro superiore a 1 km) di un edificio più antico, collassato in seguito ad uno svuotamento della camera magmatica per via di un’eruzione di estrema violenza, all’interno della quale si accresce un nuovo edificio vulcanico, generato da eruzioni successive, capaci di mettere in posto un nuovo centro eruttivo.

Il cratere del Vesuvio, che si erge nel mezzo della caldera dell'antico 
vulcano Somma, con le quote e la denominazione dei punti caratteristici.

L’attuale complesso, secondo quanto evidenziato da recenti sondaggi sul versante meridionale (pozzo di Trecase), sarebbe costituito da una quantità di prodotti vulcanici che raggiunge uno spessore di circa 2.000 m, poggiante al di sopra di un basamento sedimentario (calcareo) più antico, attraversato da un sistema di faglie che, nel tempo, avrebbero contribuito ad alimentare l’attività eruttiva.
Più in profondità, al di sotto del basamento sedimentario, si trova la camera magmatica, ovvero la zona crostale nella quale si accumula il materiale magmatico (comprendente le fasi solide, liquide ed aeriformi, in soluzione), che alimenta l’attività di un vulcano.
Fino a qualche anno fa, si riteneva che la camera magmatica del Vesuvio fosse una sola, posta ad 8 km di profondità. In realtà, secondo studi più recenti, basati sulla tecnica della tomografia sismica, si è scoperta una seconda, e più superficiale camera magmatica, situata a soli 4 km di profondità.
Ad ogni modo, la camera magmatica principale, nella quale si accumulerebbe la maggior parte del magma vesuviano, sarebbe la camera profonda, quella posta ad 8 km di profondità, e caratterizzata da un’estensione pari a 400 km2.
Da questa camera principale, il magma risalirebbe progressivamente nella camera secondaria, più superficiale, dove stazionerebbe per un tempo indeterminato, fino a quando non dovessero variare significativamente i parametri di equilibrio del sistema.
Lo datazione isotopica, e lo studio geochimico dei prodotti piroclastici costituenti l’edificio vulcanico, ha indicato in circa 39.000 anni fa l’inizio dell’attività eruttiva dell’antico complesso del Monte Somma.
Il fenomeno tettonico alla base dell’attività del Somma prima, e del Vesuvio oggi, sarebbe riconducibile al complesso quadro tettonico del bacino Mediterraneo, ed in particolare alla subduzione della micro-placca di Adria al di sotto delle falde tettoniche appenniniche.

La morfologia del cratere vesuviano non lascia dubbi: è uno strato-vulcano 
dal carattere letteralmente... esplosivo!

Il fenomeno di subduzione ha luogo quando due placche crostali di differente composizione e densità si scontrano, convergendo l’una verso l’altra.
La placca caratterizzata da una densità maggiore (sono tali le placche di crosta oceanica) subduce al disotto della placca a minore densità (le placche di crosta continentale): questo implica che il materiale più denso scivoli lentamente verso il mantello, lungo il piano di subduzione, detto Piano di Wadati-Benioff.
Nel corso di questa lenta discesa verso il mantello, le rocce crostali (costituite da basamento cristallino e copertura sedimentaria), subiscono un progressivo aumento della pressione e della temperatura, andando incontro ad un processo di rifusione, che ha come risultato la produzione di magma di tipo anatettico.
Il magma anatettico si forma ad una profondità media di circa 40 km, ed ha la medesima composizione chimica delle rocce a partire dalla fusione delle quali si origina. Ha, in oltre, elevata viscosità, temperatura relativamente bassa (circa 850-900°C) elevato tenore in SiO2 ed elementi volatili (gas).

Sezione geologica esemplificata dello schema tettonico alla base del 
vulcanismo vesuviano.

Il magma, essendo allo stato fuso e ad elevata temperatura, ha una densità inferiore rispetto alle rocce incassanti, per cui tende a risalire verso la superficie, con la formazione di diapiri, ovvero enormi masse di materiale magmatico, dell’estensione pari anche a qualche centinaio di km, che piegano e frantumano le rocce più dense soprastanti, aprendosi un varco verso la superficie.
Questo processo di subduzione della micro-placca di Adria genera diapirismo e risalita di magma, che va in questo modo ad alimentare la camera magmatica del Somma-Vesuvio.
In oltre, è proprio il particolare chimismo di questo tipo di magma a determinare la violenza eruttiva del Vesuvio (e, a suo tempo, del Somma). L’elevato tenore in SiO2, derivante dalla fusione di rocce crostali (ricche per natura di silice), provoca un’elevata viscosità nel magma

Breve storia eruttiva del Somma-Vesuvio. 

Dai dati ricavati tramite lo studio del profilo stratigrafico del Somma, le prime fasi di attività sarebbero state contraddistinte da episodi moderatamente esplosivi, con emissione di lave potassiche e tefritiche, alternate a banchi di scorie, derivanti da attività tipicamente stromboliana.
Questo tipo di eruzione avrebbe accresciuto, nel tempo, le dimensioni dell’edificio del Somma, che si sarebbe sviluppato fino a raggiungere una quota di circa 2.000 m, molto superiore a quella dell’attuale complesso.
Secondo la datazione geochimica, la prima grossa eruzione, di tipo pliniano, risalirebbe a circa 25.000 anni fa, ed è nota come eruzione di Codola.
Questa manifestazione comportò un periodo di stasi nella crescita dell’edificio, ed anzi, la violenza della manifestazione produsse la distruzione di una parte del complesso stesso.
Tale stasi nella costruzione dell’edificio vulcanico, si protrasse poi fino alla successiva fase eruttiva, contraddistinta da un’ attività prettamente effusiva.
Tuttavia, un nuovo cambiamento nello stile eruttivo, impose un altro stop allo sviluppo dell’edificio: 18.000 anni fa una violenta eruzione pliniana (nota come eruzione di Sarno), arrecò danni all’edificio del Somma, che vide diminuire piuttosto considerevolmente la propria quota.
Questo è, tuttavia, solo l’inizio di una lunga serie di eruzioni pliniane, datate  17.000, 15.500 (detta delle pomici verdoline), 8.000 (detta eruzione di Ottaviano, o di Mercato), 3780 anni fa detta  di Avellino), insieme alla celebre eruzione del 79 d.C., distrussero completamente l’edificio del vulcano Somma, provocando la formazione di una vasta caldera, nella quale si sarebbe formato, proprio a partire dall’eruzione che distrusse Pompei, Ercolano, Stabia ed Oplonti, quello che noi oggi conosciamo come Vesuvio.
In particolare, fu l’eruzione delle pomici verdoline di Avellino (3.780 anni fa), di tipo pliniano, ad interessare una area particolarmente vasta, con la considerevole deposizione di prodotti  piroclastici perfino nella zona dell’avellinese. Di questa terribile eruzione, la più disastrosa di tutte, sono rimaste tracce non solo di natura geologica, ma anche archeologica: si era in piena età del bronzo, e numerosi insediamenti della cintura vesuviana, furono devastati da quell’episodio eruttivo di tremenda violenza.
Si sono rinvenuti centinaia di cadaveri della popolazione che, invano, tentò di sfuggire alla tremenda pioggia di lapilli e piroclasti che investì un’area incredibilmente vasta, trasformandola in una landa desolata di materiale vulcanico ardente.
Successivamente all’eruzione di 3.780 anni fa, si verificò un periodo caratterizzato da moderata esplosività (fase interpliniana, o protostorica), durante la quale il Somma riduce notevolmente la propria attività eruttiva, dando luogo ad alcuni episodi effusivi.
A partire da 3.200 anni fa, il complesso vulcanico entra in una fase di lunga quiescenza, che si protrae fino al 79 d.C.
In questa lunga fase si verifica l’antropizzazione delle pendici del complesso del Somma. I Romani, in particolare, descrissero la montagna come una verdeggiante cima, sulle cui pendici era possibile coltivare uve, ed altri prodotti della Terra, di straordinaria bontà.

Secondo i Romani, il Vesuvio altro non era che un monte lussureggiante,
capace di produrre uve di straordinaria qualità, come testimoniato 
da questo antico affresco dell'epoca.

Non avevano minimamente idea di trovarsi di fronte ad una mostro.
Eccetto qualche tremore, dovuto al movimento del magma nelle viscere del vulcano, alle fumarole ed a qualche altra manifestazione accessoria, il vulcano Somma seguitava a non dare alcun segno della sua vera natura.
Tuttavia, il 5 febbraio del 63 d.C., si verificò un episodio piuttosto singolare: un violento sisma, circa le cui origini il dibattito è ancora oggi aperto, provocò il crollo di decine di edifici negli insediamenti romani della cintura vesuviana. La gente, terrorizzata dall’evento, non aveva tuttavia né le cognizioni, né i mezzi, per mettere, eventualmente, in relazione l’episodio sismico con il Somma: la vulcanologia e la sismologia erano ancora di là da venire!
Tale evento sismico sarebbe da ascrivere, secondo alcuni, all’attività del magma all’interno della camera magmatica del vulcano, che dovette subire un aumento della pressione da predisporre il vulcano all’eruzione.
Secondo altre ipotesi, si sarebbe invece trattato di un normale evento sismico legato all’evoluzione tettonica dell’Appennino, ma di violenza tale da intaccare l’equilibrio della camera magmatica del Somma, già evidentemente satura di magma ed in procinto di evolvere un’eruzione.
Secondo entrambe le teorie, comunque, l’evento sismico fu determinante nel portare il complesso alla terribile eruzione di 16 anni dopo.
Ciò fa capire quanto lenta e complessa possa essere la dinamica interna alla camera magmatica di un vulcano: un evento sismico avrebbe, con ben 16 anni di anticipo, predisposto il Somma ad una terribile esplosione di tipo pliniano.
Il terremoto, tra l’altro, ebbe come conseguenza una variazione del livello del suolo, che comportò un abbassamento relativo del livello delle acque del Tirreno, nell’ intero Golfo di Napoli.
Il suolo si era sollevato e qualcosa, nelle viscere del mostro addormentato, era cambiato. Nessuno, all’epoca, avrebbe potuto mai immaginare che il processo di risveglio del gigante si era avviato.
Per Pompei, all’epoca considerata una sorta di città d’orata, meta di intellettuali, ricchi patrizi ed esponenti della politica dell’Impero, ma anche Stabia, Oplonti ed Ercolano, era iniziato il conto alla rovescia.
Relativamente all’eruzione del 79 d.C. si potrebbe scrivere un libro, per via della enorme mole di racconti pervenutaci, ma ci torneremo in seguito, nella seconda pare di questo approfondimento sul Vesuvio.
Al momento, ci basti solo inquadrare questo evento nel complesso delle attività eruttive del complesso Somma-Vesuvio.
Piuttosto, proprio nel corso dell’eruzione del 79 d.C. inizia la genesi quello che, a tutti gli effetti, è il vero e proprio Vesuvio.
L’estrema violenza dell’eruzione svuota la camera magmatica del Somma, provocando un collasso dell’intero edificio, del quale resta come testimonianza l’enorme caldera di 4.9 x 3.4 km.

Piccola animazione che rende, vagamente, idea, di cosa accadde a Pompei nel
corso di quelle tragiche ore di totale devastazione.

Proprio all’ interno di questa caldera si accrescerà, nel corso dei secoli, il cono del Vesuvio.
A rigor di logica, dunque, non fu il Vesuvio come lo conosciamo noi a spazzare via le città romane alle sue pendici, ma il vulcano Somma, il quale rese del tutto inabitabili, per decenni, i territori raggiunti dai suoi spaventosi flussi piroclastici. L’equivoco nasce dal fatto che i Romani chiamassero Vesuvio quel che in epoca moderna, invece, abbiamo ribattezzato Somma, per distinguerlo da vero e proprio Vesuvio, geologicamente ben più giovane.
Ad ogni modo, l’eruzione di Pompei coincide con l’inizio di nuova fase di quiescenza, destinata a protrarsi per diversi secoli, precisamente fino al 472 d.C., quando il vulcano partenopeo si risveglia per dar luogo a quella che viene ricordata come eruzione di Costantinopoli (le ceneri emesse dal Vesuvio giunsero fino nella capitale romana d’oriente, trasportate dai venti dell’alta atmosfera).
L’eruzione del 472 d.C. segna l’inizio di una lunga attività a carattere effusivo, durante la quale il Vesuvio abbandona temporaneamente la proverbiale violenza delle sue manifestazioni esplosive, per limitarsi a più tranquille effusioni di lava, per altro ben raccontate dalle cronache dei monaci dell’abbazia di Montecassino.
Dal 472 d.C. al 1139 d.C. si susseguono diverse effusioni, che contribuiscono in modo determinante all’accrescimento dell’edificio del Vesuvio, sorto nel bel mezzo della spaventosa caldera, cicatrice indelebile dell’eruzione del 79 d.C.
Dopo il 1139, il vulcano torna in una fase di quiescenza, che si protrae per ben 500 anni, durante i quali testimonierà la sua natura solamente con manifestazioni di vulcanismo secondario: episodiche fumarole, sciami sismici, variazioni di livello del suolo.
Nessuna eruzione.
Il sonno, tuttavia, è destinato ad interrompersi nel 1631: il Vesuvio si ridesta dal suo lungo sonno, originando un’eruzione di tipo sub-pliniano, caratterizzata da esplosioni accompagnate da emissioni di lava.
Quella del 1631 è considerata la più imponente e violenta eruzione, nell’arco degli ultimi mille anni, che abbia interessato il bacino Mediterraneo: costò la vita ad oltre 4.000 persone, uccise 6.000 capi di bestiame, creò 44.000 senzatetto, e distrusse diversi di centri abitati della cintura vesuviana.
Numerose sono le testimonianze artistiche e scientifiche dell’evento – quadri, cronache, ecc. – che ebbe inizio il 16 dicembre del 1630, terminando il 3 gennaio del 1631. In questi diciotto giorni, si alternarono effusioni laviche, alternate a piccole esplosioni, localizzate nei pressi del cratere. Gli ultimi giorni, prima che l’evento eruttivo principale cessasse, vi fu una fase esplosiva più intensa, definita parossistica.

L'eruzione del Vesuvio del 1631, ritratta dal Fergola.

Al termine di questa manifestazione, il Vesuvio aveva eruttato la bellezza di 100 milioni di metri cubi di lava.
Ad ogni modo, la sua natura sub-pliniana dell’evento, ci ricorda come sia stato di gran lunga meno violento di quello del 79 d.C.
Dopo il 1631, ha inizio di un nuovo ciclo eruttivo, caratterizzato da attività effusiva, costituito da ben 17 eventi, che si sono succeduti mediamente ogni 10 anni.
Queste eruzioni sono state classificate di tipo hawaiano (bassissima esplosività, notevole effusione di materiale lavico ad elevata temperatura, e scarsa presenza di volatili), e sono sempre state caratterizzate da attività effusiva, moderata esplo-sività, concentrata per lo più nella fase parossistica, conclusiva di ogni evento.
Questa fase interpliniana (ovvero compresa tra due esplosioni di tipo pliniano), è cessata poco dopo gli inizi del ‘900.
È il 1 aprile del 1906,  quando l’infiltrazione di una falda acquifera all’interno del serbatoio magmatico, provoca la violenta vaporizzazione dell’acqua che, a contatto con il magma, che genera una serie di esplosioni piuttosto violente, tali da provocare un abbassamento della quota dell’edificio vulcanico pari a ben 220 m.
Questa eruzione ha come conseguenze circa 100.000 senzatetto e circa 300 vittime, ed è ricordata come la più violenta eruzione degli ultimi 350 anni.
Non è, tuttavia, l’ultima della serie.
Nel pieno della Seconda Guerra Mondiale, il Vesuvio pensò bene di dare un’ultima manifestazione della sua presenza, dando vita all’ultima eruzione effusiva, la quale si protrasse dal 18 al 24 marzo.
Sebbene non si registrassero vittime, l’eruzione fu piuttosto violenta, ed arrecò danni a diversi paesi della cintura vesuviana, costringendo all’evacuazione diverse migliaia di persone.
Anche le infrastrutture militari – si era nel pieno dell’occupazione anglo-americana del Mezzogiorno – furono seriamente danneggiate, ma la presenza dei militari permise comunque una migliore gestione sia delle fasi di soccorso, che di evacuazione dell’area.
Numerose furono le riprese e le fotografie effettuate da personale militare – ma anche civile – che restano come spettacolare testimonianza di quello che è stato, ad oggi, l’ultimo evento eruttivo del terribile gigante.
Dal 24 marzo del 1944, il Vesuvio è tornato a dormire.

Una delle tante foto che ritraggono l'ultima eruzione del Vesuvio, nel 1944.

Il cratere, fino ad allora pieno di lava, si è svuotato, e i detriti solidificatisi al suo interno sono andati a formare un vero e proprio tappo, che oggi occlude il camino magmatico.
Quanto durerà il periodo di quiescenza del gigante?
Non possiamo dirlo, non abbiamo alcuna certezza scientifica che possa permetterci di trarre conclusioni, o anche solo di azzardare delle previsioni che abbiano un minimo di affidabilità.
Ad ogni modo, il Vesuvio è il vulcano più monitorato al mondo: l’incredibile antropizzazione delle sue pendici – con interi paesi edificati ad una manciata di chilometri dal cratere – rende agghiacciante pensare a quali potrebbero essere i risvolti di una futura ripresa della sua attività eruttiva.
Abbiamo detto che non esistono strumenti che possano permetterci di azzardare previsioni, ma una cosa è praticamente certa: quando il Vesuvio si risveglierà, lo farà in modo violento, originando un’eruzione da sub-pliniana (nella migliore delle ipotesi, come quella del 1631), a pliniana (nella peggiore delle ipotesi, come quelle del 3780 anni fa, o del 79 d.C.).

Il Vesuvio come appare oggi: un gigante addormentato che sovrasta un'area
urbana di circa due milioni di abitanti.

Dopo i prolungati periodi di quiescenza, il Somma-Vesuvio ha sempre ripreso la propria attività con manifestazioni tipicamente esplosive (pliniane o sub-pliniane, appunto), che hanno poi lasciato il posto a successive fasi effusive.
Nel 1944 è terminata la sua ultima – in ordine di tempo – attività effusiva.
La prossima volta si risveglierà arrabbiato, anche se non sappiamo quanto…




Nel prossimo post:


- Qual è la situazione attuale del Vesuvio?
- Come viene monitorato?
- Come si articolano le fasi del piano di emergenza?



Per saperne di più...

- "Vulcani ed eruzioni", di Lisetta Giacomelli e Roberto Scandone - Pitagora Editrice, Bologna   (testo universitario).
- "Vulcani, quali rischi?", di Sabrina Mugnos - Macro Edizioni.
- "Tutto Vulcani", di Mauro Rosi, Paolo Papale, Luca Lupi, Marco Stoppato, Mondadori.

4 commenti:

Raffaele ha detto...

Non sapevo che Pompei fosse stata distrutta in realtà dal Somma! Pensavo che fosse stato il Vesuvio, e che il Somma fosse morto da molto tempo. Il Vesuvio allora è un giovanotto!

Anonimo ha detto...

Secondo gli esperti non è il Vesuvio che si stà gonfiando ma pericolosamente il supervulcano Campi Flegrei e la modalità non indica un semplice bradisismo perchè la caldera non solo si è riempita ma si stà anche estendendo oltre che sollevando, difatti la sua altissima temperatura scioglie tutto perchè la sua lava proviene da sotto il mantello terrestre: ha creato addirittura una caldera condivisa con il Vesuvio ed ancora si stà espandendo a 360° e probabilmente raggiungerà perfino il Duomo vulcanico tirrenico sito a soli 5 km dal porto di Napoli, scoperto l'anno scorso dal CNR che potrebbe far emergere una nuova isola vulcanica partenopea.
Quando inizierà ufficialmente la sua attività il supervulcano flegreo, potrebbe addirittura far collassare il tappo nel condotto del Vesuvio perchè verrebbe a mancare la pressione necessaria per sostenerlo, sciogliendolo assieme a parte della nuova conformazione Somma-Vesuvio.

Dario Rotolo ha detto...

Credimi, Anonimo, nessun esperto oserebbe mai affermare quello che hai scritto nel tuo post! Hai riportato una serie di non-sense geologici dovuti, sicuramente, al dubbio valore delle fonti cui hai attinto. Capita spesso, in rete, di imbattersi in siti dai contenuti dubbi e fuorvianti, che seminano assurdità al solo scopo di creare sensazionalismi inutili, a scapito della vera Scienza.
Il Vesuvio ed i Campi flegrei sono due vulcani di natura differente, con sistemi di alimentazione completamente autonomi tra loro, che non potrebbero mai (per nessun motivo) fondersi in un solo sistema.
Quanto al tappo del condotto del Vesuvio, non vedo assolutamente come potrebbe mai collassare per via dell'azione dei Campi Flegrei! Non hanno nessun collegamento fisico tra loro, che potrebbe provocare un ipotetico collasso ai danni del Vesuvio...
Quanto al magma che alimenta i Campi Flegrei, cosa significherebbe che proviene da "sotto il mantello"? Sotto il mantello c'è il nucleo esterno, e da lì non arriva alcun magma.
Piuttosto, il magma dei Campi Flegrei arriverebbe dal mantello superiore, che significa tutt'altra cosa!
Quanto al bradisismo, ancora non è perfettamente chiaro da cosa derivi, poiché secondo alcune ipotesi potrebbe trattarsi dell'espansione degli acquiferi a seguito del calore proveniente dalla camera magmatica dei Campi Flegrei.
Che questi siano in agitazione è vero (siamo in fase di allerta gialla) ma, quanto al resto, ti suggerirei di documentarti da siti più attendibili!
Grazie per il tuo commento.
Saluti.

Anonimo ha detto...

Il Vesuvio è attivo altrochè: quasi 20 anni, durante una gita scolastica sono andata sul cratere, e fuma dappertutto, anche al centro. Inoltre ci sono placche di zolfo qua e la. Secondo me se tiri via i detriti, sul fondo del cratere si è già formato il nuovo cono.
Si dice che il Vesuvio sia 10 volte più potente del St.Helens.

Ma anche l'Etna, non fatevi ingannare dalla forma quasi a scudo e dalle eruzioni effusive. E' in grado anche di produrre eruzioni pliniane (e ne ha fatte in passato di eruzioni del genere).