martedì 10 luglio 2012

Il Vesuvio parte seconda: il sistema di sorveglianza, lo stato attuale del vulcano, uno sguardo al futuro.



Ventiquattro ore al giorno, per 365 giorni all’anno, il Vesuvio viene costantemente monitorato attraverso i più sofisticati sistemi di sorveglianza che la scienza e la tecnologia possano offrire: dallo spazio – tramite l’impiego di satelliti per i rilevamenti geodetici – e da terra – campionamento dei gas fumarolici, monitoraggio della sismicità, rilevamento del livello e della composizione chimica delle acque nei pozzi – si cerca di auscultare il gigante, in attesa di cogliere il minimo segnale di un eventuale risveglio.


Tutte queste attività sono seguite direttamente dall’Osservatorio Vesuviano, facente capo all’I.N.G.V., che si occupa espressamente di osservare da vicino non solo il Vesuvio, ma anche gli altri vulcani partenopei: i Campi Flegrei – la cui pericolosità è paragonabile a quella del Vesuvio stesso – ed il Monte Epomeo, che sonnecchia sull’isola di Ischia.

L'attuale sede dell'Osservatorio Vesuviano, sita a Napoli, in via Diocleziano,
nel quartiere di Cavalleggeri.

L’intero sistema di sorveglianza è estremamente complesso ed articolato, ed è suddiviso in unità funzionali, ciascuna delle quali si occupa di seguire l’andamento di particolari parametri.

1)    Sorveglianza geochimica: consiste nel controllo delle emissioni gassose del Vesuvio. Allo stato attuale, il vulcano presenta un’emissione diffusa di CO2, allo interno del cratere, sul fianco meridionale, e sul fondale marino della zona costiera a sud del complesso. Attualmente, la temperatura di emissione dei fluidi fumarolici campionati all’interno del cratere è pari a circa 100°C. Dal 1944, anno dell’ultima eruzione (effusiva) del Vesuvio, la temperatura del sistema si è abbassata considerevolmente, a dimostrazione di come il sistema idrotermale stia funzionando da apparato refrigeratore per il Vesuvio. Settimanalmente, vengono campionati i fluidi emessi dalle fumarole crateriche e sommitali, mentre ogni mese ha luogo quello relativo alle altre fumarole, ed il controllo delle acque di falda, relativamente alle quali si conduce una analisi composizionale, utile per capire quali siano i gas disciolti, e misurarne le eventuali variazioni. Viene svolto, in oltre, un monitoraggio automatico e continuo dei gas al suolo (della CO2 in particolare), con campionamento dei dati ad intervalli regolari di quattro ore. I risultati vengono inviati direttamente presso i laboratori dell’osservatorio, dove vengono studiati e valutati.

2)    Sorveglianza geodetica: consiste nel monitoraggio del livello del suolo. Quando la pressione dei volatili, all’interno della camera magmatica, raggiunge dei valori critici, questi esercitano sulle rocce incassanti una pressione crescente, che si traduce in una rigonfiamento del suolo, con conseguente variazione del livello topografico, e successiva fratturazione. Si tratta di uno dei più importanti e significativi indizi di una variazione delle condizioni di equilibrio del sistema vulcanico. Tramite il posizionamento di capisaldi – sensori che inviano continuamente il segnale di posizione verso appositi satelliti – viene misurata la quota topografica di intere aree. In questo modo, sollevamenti o sprofondamenti del suolo, vengono immediatamente rilevati e valutati dagli esperti. Dal 1970 – anno in cui il sistema di sorveglianza geodetica è entrato in servizio – non si sono rilevate significative variazioni, eccetto alcuni episodi di abbassamento del suolo dovute a fenomeni di dissesto idrogeologico, piuttosto che ad attività vulcanica.

3)    Monitoraggio sismico: i vulcani sono continuamente interessati da tremori sismici. Si tratta di quelli che, in gergo, vengono definiti sciami, ovvero decine o centinaia di scosse di modesta entità, spesso inavvertibili se non a livello strumentale, e tra le quali risulta pressoché impossibile individuare un evento sismico principale. Questo tipo di sismi non ha natura tettonica, ma risulta legato ai movimenti del magma all’interno della crosta, oppure alla fratturazione delle rocce incassanti, in conseguenza di aumenti della pressione dei gas essolti. Il monitoraggio sismico del Vesuvio non evidenzia alcun dato significativo, con presenza di sciami sismici localizzati per lo più nell’area craterica, e caratterizzati da una profondità ipocentrale massima pari a circa 6 km. Sebbene la magnitudo massima di questi eventi sia compresa tra 0 e 2,7 gradi Richter, il più violento degli ultimi anni ha fatto registrare un valore pari a 3,6 gradi (9 ottobre 1999, alle ore 07:41). Ad ogni modo, raramente l’intensità di questi sismi è tale da permettere alla popolazione di avvertirli. L’origine di tali sciami sismici è ascrivibile non a movimenti di magma, bensì a fenomeni di fratturazione delle rocce, dovute all’essoluzione di gas  liberati dal magma. Al momento, quindi, non vi è nulla che possa in qualche modo lasciar presagire una ripresa dell’attività.

Allo stato attuale, non si registrano variazioni significative nello stato del vulcano: la fase di quiescenza sembra protrarsi ancora. Tuttavia, è impensabile effettuare previsioni su quanto questa fase durerà.
Sicuramente, però, i sofisticatissimi sistemi di sorveglianza cui abbiamo accennato, ci permetteranno di cogliere i segnali di un imminente risveglio del gigante con un certo anticipo (da qualche settimana, a diversi mesi), in modo tale da permettere una sicura evacuazione della cintura vesuviana, la cui popolazione complessiva supera ampiamente il milione di abitanti.

Installazione di una telecamera termografica IR (ad infrarossi) lungo il margine
del cratere del Vesuvio.

Prima di parlare del controverso piano di evacuazione elaborato dalla Protezione Civile e dal Ministero degli Interni, sarebbe interessante approfondire l’esame dei vari livelli di allarme: quando scatterebbero, cosa comporterebbero, quali procedure di sicurezza farebbero scattare.

Il piano di allerta nazionale: luci ed ombre.

Come già abbiamo accennato, la Protezione Civile, l’I.N.G.V. – nella fattispecie lo Osservatorio Vesuviano – ed il Ministero degli Interni, hanno elaborato un complesso sistema di allerta, simile a quelli che vengono spesso impiegati in ambito militare, suddiviso in quattro gradi differenti, ciascuno contraddistinto da un colore diverso.
Sono stati elaborati anche 7 livelli di rischio, che servono a quantificare l’effettivo rischio legato alla variazione dei parametri di sorveglianza, e che rientrano nella classificazione generale degli stati di allerta.
In base alla variazione eventuale dei parametri di sorveglianza del Vesuvio, il personale dell’Osservatorio Vesuviano procede alla comunicazione del livello di allarme presso la Protezione Civile, la Prefettura di Napoli ed il Ministero degli Interni.
A quel punto, dopo aver esaminato la situazione con la dovuta attenzione, si decide come procedere.
Esaminiamo, nel dettaglio, le varie tappe in questione.

1)    Livello di allerta “Base”: contraddistinto dal colore verde, è lo stato in cui si trova attualmente in vulcano. Non si registra alcuna variazione significativa dei parametri oggetto di osservazione (composizione e temperatura dei gas, variazioni geodetiche, sismicità, livello e composizione delle acque di falda). In questa situazione, la probabilità di eruzione è molto bassa, ed il tempo  di attesa di una ripresa dell’attività è indefinito, comunque pari a non meno di diversi mesi. L’attività di sorveglianza del Vesuvio procede secondo routine, con la pubblicazione di rapporti con cadenza semestrale circa lo stato del vulcano.

2)    Livello di allerta “Attenzione”: contraddistinta dal colore giallo. Scatterebbe nel caso in cui dovessero essere registrate variazioni significative dei parametri monitorati. Anche in questo caso, la probabilità di eruzione sarebbe comunque bassa, ed il tempo di un’eventuale ripresa dell’attività pari a non meno di diversi mesi. A questo punto, verrebbe implementato il sistema di monitoraggio, con l’impiego di postazioni mobili opportunamente dislocate sul territorio, in modo da rendere ancora più copiosa la mole di dati a disposizione degli scienziati. L’Osservatorio Vesuviano, a questo punto, produrrebbe un bollettino quotidiano relativo allo stato di sorveglianza.

3)    Livello di allerta “Preallarme”: contraddistinto dal colore arancio. Si passerebbe a questo livello nel caso in cui venissero registrate ulteriori alterazioni nei dati provenienti dal vulcano. La probabilità di un’eruzione salirebbe, da bassa a media, ed il tempo di attesa di un’eventuale eruzione, per quanto non ancora quantificabile, scenderebbe da qualche mese a diverse settimane. La sorveglianza, già implementata con l’aggiunta delle postazioni mobili, verrebbe mantenuta al massimo livello, mentre l’Osservatorio Vesuviano e la Protezione Civile manterrebbero continuamente le comunicazioni, pronti ad affrontare un ulteriore escalation del livello di allerta.

4)    Livello di allerta “Allarme”: contraddistinto dal colore rosso. Questa fase scatta nel momento in cui i parametri osservati dovessero indicare inequivocabilmente la ripresa di una fase pre-eruttiva. La probabilità di un’eruzione salirebbe da media ad alta, ed il tempo di attesa di un’eruzione oscillerebbe tra qualche settimana e qualche mese. La sorveglianza del vulcano procederebbe attraverso l’impiego di sistemi remoti, mentre l’Osservatorio Vesuviano, la Protezione Civile e la Prefettura di Napoli inizierebbero a predisporre l’attuazione, per tempo, del piano di evacuazione.

I livelli di rischio.

Si tratta di una serie di ulteriori livelli di suddivisione del rischio, molto più precisi ed accurati di quelli contemplati nel più generale Piano di Emergenza, al quale comunque i livelli di rischio sono riconducibili.

·        Livello di rischio 1 (Attenzione): viene dichiarato nel momento in cui dovesse essere registrata una variazione significativa dei parametri osservati, rispetto alla media degli ultimi 20 anni. Vengono intensificati i controlli, ed il personale dell’Osservatorio Vesuviano viene messo in stato di allerta.

·        Livello di rischio 2 (Attenzione): i dati indicano una possibile ripresa dell’attività eruttiva. La sorveglianza del vulcano si avvale ora anche di osservazioni geofisiche, come le variazioni del campo gravimetrico e magnetico. I dati raccolti vengono inviati, in tempo reale, alla Commissione Grandi Rischi, che ci occupa di vagliare la situazione insieme a tutti gli altri enti coinvolti nell’allerta.

·        Livello di rischio 3 (Preallarme): la variazione dei parametri è tale da indicare inequivocabilmente un movimento di risalita del magma, preludio ad un’eventuale eruzione. Il monitoraggio con sistemi mobili ad elevatissima precisione, procede in tempo reale. In questa fase, in base alle variazioni riscontrate, il Consiglio dei Ministri predispone l’attuazione del Piano di Emergenza.

·        Livello di rischio 4 (Allarme): la progressiva evoluzione verso una ripresa dell’attività impone l’impiego di ulteriori tecniche di sorveglianza, come gli infrarossi (per rilevare le variazioni termiche al suolo), e misurazioni acustiche (presenza di boati). Diventano operativi i programmi di evacuazione della popolazione.

·        Livello di rischio 5 (Allarme): si entra nella fase di attesa dell’eruzione. La sorveglianza di tutti i parametri viene effettuata esclusivamente con dispositivi remoti, e tutto il personale scientifico e tecnico dislocato sul territorio, viene richiamato, evitando che possa continuare a lavorare nelle aree a rischio. Le modificazioni ambientali sono macroscopiche (apertura di fratture, aumento della quantità e della temperatura dei gas, variazioni del livello del suolo considerevoli, notevole sismicità). In questa fase, la popolazione della Zona Rossa viene evacuata,  l’area metropolitana liberata completamente isolata e sorvegliata da unità dell’esercito e delle forze dell’ordine.

·        Livello 6 (Allarme): l’eruzione è in corso. Vengono raccolti i dati provenienti dall’attrezzatura predisposta sul territorio, impiegati per elaborare delle simulazioni da incrociare con i dati provenienti dal monitoraggio meteorologico, al fine di prevedere le aree di ricaduta dei prodotti eruttivi (ceneri, piroclasti, ecc.). Si cerca di prevedere quali possano essere le zone eventualmente interessate da colate di materiale lavico, e da lahar (fango composto da cenere vulcanica bollente mista ad acqua di falda, o piovana). In questa fase si procede all’evacuazione della Zona Gialla, interessata dalla ricaduta di materiale piroclastico.

·        Livello 7 (Allarme): l’eruzione è terminata. L’area è comunque interessata da fenomeni di intensa emissione gassosa, e da improvvise colate di materiale fangoso. Scienziati e tecnici si occupano monitorare lo stato del vulcano, e di controllare la stabilità del territorio, al fine di permettere un eventuale rientro della popolazione nelle zone meno colpite dal fenomeno. Stabilizzatasi la situazione del vulcano, viene infine revocato lo stato di allarme, e si procede – se possibile – con la valutazione delle modalità di rientro della popolazione.

Il piano di allerta, almeno sulla carta, sembrerebbe studiato con estrema attenzione, con la giusta premura che, un evento grave come il risveglio del Vesuvio, imporrebbe. Tuttavia, secondo quanto dichiarato dalla Protezione Civile, nel caso di un risveglio del Vesuvio con un preavviso di pochi giorni, sarebbe possibile provvedere all’evacuazione dell’intera area di rischio in un massimo di 72 ore (3 giorni), mettendo in sicurezza l’intera popolazione.

Il Vesuvio by night, con le luci dell'hinterland napoletano che si estendono a
perdita d'occhio.

Una stima, quella della Protezione Civile, che all’apparenza rassicurante, che denoterebbe un livello di preparazione degli addetti alle operazioni, e di conoscenza del piano da parte della popolazione, a dir poco esemplari.
Purtroppo, come i fatti insegnano, tra il dire e il fare, ce ne passa un bel po’, e quindi sarebbe forse d’obbligo un po’ più di prudenza nella valutazione dei tempi reali di evacuazione di un’area così densamente popolata come quella vesuviana.
L’area circostante il complesso Somma-Vesuvio è stata suddivisa in tre fasce, ciascuna  delle quali contraddistinta da un colore, in base al livello di gravità delle conseguenze di un’eventuale eruzione:

1)    Zona Rossa: comprende 18 comuni, quelli a più alto rischio. In questa zona, la minaccia più terrificante sono i flussi piroclastici, che raderebbero al suolo, seppellendo sotto decine di metri di materiale vulcanico, interi comuni. Questa area occupa una superficie di circa 200 km2, abitata da circa 600.000 persone.

2)    Zona Gialla: è un’area meno a rischio rispetto alla precedente. Sarebbe coinvolta comunque nella ricaduta di materiale piroclastico, ceneri e lapilli, che potrebbero sovraccaricare gli edifici causando dei crolli e seri danneggiamenti. Copre una superficie totale di ben 1.100 km2, e conta 1.100.000 abitanti, dei quali, tuttavia, solo 150.000 circa verrebbero coinvolti nell’evacuazione. Conta complessivamente 96 comuni, tra le provincie di Napoli, Salerno, Avellino e Benevento.

3)    Zona Blu: inclusa nella Zona Gialla, è nota anche come “conca di Nola”, e presenta un fattore di rischio in più, legato alle caratteristiche idrogeologiche dell’intera area, che la rendono soggetta a dissesti gravi, ed a possibili lahar (frane di materiale fangoso, di origine vulcanica, misto ad acqua). Include 14 comuni, per un totale di circa 180.000 abitanti.

Alla luce dei numeri che abbiamo appena analizzato, molti hanno giudicato ottimistiche le previsioni della Protezione Civile in merito ai tempi di evacuazione. Altri, invece, hanno considerato una simile dichiarazione pressoché folle.

La suddivisione, in base ai fattori di rischio, delle zone della cintura vesuviana.

Come mai?
Beh, è semplice. L’intera area vesuviana, non solo la Zona Rossa, vanta un tasso di abusivismo edilizio incredibile: interi centri abitati sono stati realizzati senza autorizzazione, salvo poi essere stati regolarizzati in un secondo momento, dal governo di turno. Ciò significa che, nella realizzazione di edifici, strade, impianti e quant’altro, non sono state assolutamente considerate le norme di sicurezza. Edifici addossati l’uno all’altro, incroci di strade che corrono senza una logica urbanistica, piazze di dimensioni ridicole, mancanza di grosse arterie in grado di smaltire il traffico che, una evacuazione senza precedenti nella storia, immancabilmente genererebbe.
Vi sono strade e piazze tanto anguste da essere impraticabili per pullman e mezzi di evacuazione, e se a ciò si aggiunge anche la tipica mancanza di disciplina partenopea, è chiaro come le previsioni degli esperti del ministero appaiano davvero troppo rosee.
Tanta gente dichiara apertamente che, anche in caso di ripresa di un’attività eruttiva, non abbandonerebbe la propria abitazione, costruita con tanto sacrificio, affidandosi alla protezione di San Gennaro!
Si dovrebbe, pertanto, mettere in conto anche di dover affrontare una massiccia operazione di sgombero coatto della Zona Rossa, dal momento che molti di sicuro rifiuterebbero di obbedire alle autorità.
Se a questo aggiungiamo anche la scarsa – per non dire nulla – conoscenza che la popolazione ha delle procedure di sgombero, allora l’irrealtà del Piano di Evacuazione della Protezione Civile appare chiaramente davanti ai nostri occhi.

Centri abitati a ridosso del cratere: un'assurdità tipicamente italiana.

Nel caso di un’improvvisa mobilitazione, la gente dovrebbe conoscere alla perfezione quali sarebbero i percorsi da seguire per raggiungere i punti di ritrovo, dai quali poi, tramite pullman, verrebbero evacuati verso zone più sicure.
Le strade, in una simile eventualità, sarebbero invase da migliaia di persone inconsapevoli delle manovre da seguire, di come comportarsi e cosa fare: auto impazzite, gente in preda al panico, al pensiero di un’eruzione imminente.
Proviamo ad immaginare se, nel bel mezzo di tutto ciò, un semplice incidente tra due auto dovesse bloccare uno degli stretti viottoli di accesso ai centri abitati, cosa potrebbe accadere!
Sarebbe il panico, l’isteria, la follia totale!
Risse, incendi, ferimenti, interventi d’urgenza delle forze dell’ordine, ambulanze impazzite… sembrerebbe di vivere una delle classiche scene di quei film catastrofisti che, al cinema, fanno letteralmente impazzire il pubblico.
La domanda, allora – parafrasando Lubrano – nasce spontanea:

“Quando il Vesuvio deciderà di risvegliarsi – e non abbiamo elementi validi per trarre valutazioni attendibili in merito – come si dovrà affrontare la situazione? A chi verrà data la colpa per la serie di inevitabili incompetenze e problemi che deriverebbero dal panico totale che una simile evenienza scatenerebbe?”

Sicuramente, i primi a dover subire attacchi mediatici – e non solo! – sarebbero gli esponenti del futuro governo in carica. Anche se materialmente incolpevoli dello scempio abusivistico che ha portato ad un’incredibile antropizzazione del vulcano più pericoloso al mondo, sarebbero loro a dover rispondere in prima persona della devastazione, della latitanza delle istituzioni di fronte ad una simile tragedia.
Si sa benissimo che, nella logica del popolo, il primo colpevole sarà sempre il governo. Poco importa se sarà stato eletto decenni dopo l’edificazione dei comuni abusivi che punteggiano le falde del Vesuvio!
Piuttosto, la colpa dovrebbe essere attribuita non tanto – o, meglio, non solo – al governo di turno, ma soprattutto alla pletora di politici che, nel corso degli anni, si sono succeduti sulle poltrone, e che hanno puntualmente ignorato – se non incentivato – la politica dell’abusivismo, appoggiando sottobanco le scelte scellerate di palazzinari, boss ed altri elementi della stessa risma.
Quale sarebbe, allora, la soluzione?

L'ultima eruzione, effusiva, del Vesuvio. Correva l'anno 1944, si era nel pieno
della Seconda Guerra Mondiale.

Difficile dare una risposta. In un paese civile (per inciso, quindi, non in Italia) non sarebbe mai stata tollerata la realizzazione di centri abitati sulle pendici di un simile mostro, né tantomeno la costruzione di villette e ristoranti a qualche centinaio di metri dal cratere.
In un paese civile, le autorità avrebbero provveduto a smantellare, di volta in volta, ogni costruzione non autorizzata che si fosse tentato di realizzare.
Un paese civile, non avrebbe permesso ai politicanti locali di comprare voti chiudendo in cambio gli occhi sull’abusivismo.
Purtroppo, in Italia, si è preferito fingere di ignorare, perseverando nella politica del “vivi e lascia vivere”, piuttosto che intervenire con forza, contrastando un fenomeno – l’abusivismo – che, un giorno, qualcuno pagherà a prezzo carissimo.
Oggi sarebbe impossibile cercare di riparare al danno evacuando l’intera area vesuviana, radendo al suolo interi paesi e ricostruirli in zone sicure.
La spesa sarebbe inimmaginabile e, nella situazione economica in cui il paese versa, una tale ipotesi non verrebbe mai neanche lontanamente presa in considerazione.
Immaginiamo anche la reazione della gente che, dopo aver trascorso una vita nel centro di Portici, Ottaviano, Ercolano, dovesse ricevere l’intimazione ad abbandonare la propria abitazione, il proprio paese, preventivamente, per essere definitivamente trasferita altrove!
Come minimo, si andrebbe incontro ad una rivolta, aggravata dal fatto che, notoriamente, la cintura vesuviana sia costituita da comuni assai problematici, ad alto tasso di criminalità ed insoddisfazione sociale: un mix molto, molto pericoloso, che porterebbe a conseguenze drammatiche.
Assodata, quindi, l’impossibilità di spostare di peso la popolazione della cintura vesuviana, cosa si potrebbe alternativamente fare, per cercare di mitigare quanto più possibile in rischio in caso di ripresa dell’attività vesuviana?
Lavorare sulla gente, spiegare cosa sia il tanto amato Vesuvio, e quali rischi ne derivino. Sono davvero tanti quelli che, ancora oggi, continuano a credere che si tratti di un vulcano ormai estinto, anche tra i giovani!
Bisognerebbe lavorare seriamente per far assimilare alla gente ogni minimo dettaglio del piano di evacuazione, insegnando nelle scuole (di ogni ordine e grado, ma anche nelle università), negli uffici, ovunque, come ci si dovrebbe comportare in caso di allarme.
Sarebbe necessario compiere periodiche (annuali) esercitazioni, per insegnare alla gente a muoversi ordinatamente, disciplinatamente, su un territorio difficile, concepito più per ostacolare, che per facilitare un’evacuazione in stato di emergenza.
Si dovrebbero rafforzare le infrastrutture, ripensare la viabilità, creare delle arterie di smaltimento del traffico stradale, canalizzando i flussi secondo percorsi più rapidi e razionali.
A cosa serve il gemellaggio tra i comuni della cintura vesuviana, e centinaia di altri comuni sparsi per la penisola, se non vengono costruite infrastrutture idonee alla mobilitazione di circa un milione di abitanti?
E poi, cosa ancor più importante, si dovrebbe includere anche la città di Napoli – per lo meno la zona orientale – nel piano di evacuazione!
In base a quelle che sono le nostre conoscenze sull’attività eruttiva del Vesuvio, sarebbe stato prudente non costruire nulla in un raggio di circa 20 km dal cratere, per evitare al massimo i rischi in caso di eruzione.
Tanti – troppi – si ostinano invece a pensare che Napoli sia esente da un rischio reale.
Su quali basi?
Il vero problema è che, includendo anche Napoli nel piano di emergenza, si aggiungerebbero ulteriori e tremende complicazioni in un progetto di sicurezza traballante, di fatto incapace di garantire la reale evacuazione delle aree a rischio.
L’impressione è quella che, dichiarando Napoli fuori della zona di pericolo, ci si illuda di riuscire a scamparsela, in qualche modo, in una situazione che fa tremare i polsi e le ginocchia a chiunque vi sia coinvolto, soprattutto a livello decisionale.
Le prove di evacuazione – poche – svolte nel corso degli anni, hanno interessato di volta in volta solo parte dei cittadini che verrebbero evacuati in caso di allarme, ed i risultati sono stati giudicati dalle autorità come assolutamente positivi.

Lo stesso Guido Bertolaso, nel 2006 ancora al vertice della Protezione Civile, dichiarò in un'intervista: "Possiamo prevedere l'eruzione con 72 ore di anticipo, e portare via tutti per mano senza panico, fino ad un luogo sicuro. Da noi non potrebbe mai verificarsi un'altra New Orleans, quando alla gente fu detto "andatevene".
Gli si può forse credere?

Guido Bertolaso, ex-capo del Dipartimento della Protezione Civile e Sottosegretario alla Presidenza
del Consiglio negli ultimi anni del governo Berlusconi. Travolto da scandali di varia natura,
in seguito al terremoto aquilano del 2009, è costretto finalmente a dimettersi.

Tralasciando considerazioni sul suo operato che esulerebbero dall’argomento in questione, una simile dichiarazione mostra un’imbarazzante mancanza di contatto con la realtà vesuviana, e la scarsa percezione dei rischi reali connessi all’allarme Vesuvio.
L’ultima esercitazione si è svolta – secondo le autorità, con risultati soddisfacenti – nel settembre 2011, nel quadro dell’operazione Vesuvio 2011, ed ha riguardato però solo gli abitanti di Pollena Trocchia.
Da sette anni la popolazione del comune non veniva coinvolta in una simile operazione, ma il tutto si sarebbe svolto ordinatamente, senza incidenti.
Peccato mancasse un fattore fondamentale: la paura.
Cosa sarebbe accaduto se la popolazione, dopo sette anni di digiuno, fosse stata svegliata da un reale ordine di evacuazione nel bel mezzo della notte?
Inutile cercare di rispondere, si finirebbe col dire solo delle ovvietà.
In Giappone, non tutti ne sono a conoscenza, esiste un vulcano – il Sakurajima – universalmente indicato come il gemello del Vesuvio.
Abbastanza simile dal punto di vista morfologico, incombe anch’esso di un golfo intensamente antropizzato.
Tuttavia, a differenza del Vesuvio, il Sakurajima è attivo.
Diverse volte all’anno infatti, il vulcano giapponese – uno dei più pericolosi di tutto il Sol Levante – investe le città circostanti (tra le quali spicca certamente Kagoshima, 605.609 abitanti al 2012), con colate laviche, piogge di ceneri, e lahar (colate di cenere vulcanica mista ad acqua), creando continuamente stati di allarme nella popolazione.

Il cugino d'oriente del Vesuvio: il Sakurajima. La somiglianza è impressionante.


Sebbene il Sakurajima sia di fatto meno violento del cugino italiano, rappresenta comunque un pericolo molto serio per le città circostanti.
La popolazione dell’intera baia ha imparato a convivere con il vulcano, integrandosi alla perfezione con la continua attività eruttiva del gigante, rispettandolo.
Perfettamente addestrati ad evacuare interi quartieri nel volgere di qualche ora, gli abitanti di Kagoshima vengono costantemente informati dalla TV circa lo stato di attività del vulcano, le condizioni meteorologiche, ed i punti di raccolta da raggiungere in caso debbano essere costretti ad allontanarsi dalle proprie abitazioni.
Un efficiente equipe di vulcanologi e meteorologi, sorveglia costantemente il vulcano, divulgando al contempo bollettini meteo relativi alle direzioni dei venti, in modo tale da capire quali possano essere i quartieri interessati, di volta in volta, dalla ricaduta di ceneri.
Un lavoro paziente, delicatissimo, svolto con professionalità estrema, ma che risulterebbe tuttavia vano se, alla base, no vi fosse la massima ed incondizionata collaborazione della gente.
Lungo le pendici del vulcano, sono stati realizzati dei complessi sistemi di canali artificiali, in grado di incanalare i terribili lahar, allontanandoli per quanto possibile dai centri abitati.
Un lavoro titanico, testimonianza del livello di consapevolezza del rischio di questa sorta di napoletani-giapponesi che vivono alle falde del Sakurajima.
Un quadro complessivamente idilliaco, che ben rispecchia la celebre efficienza giapponese, cui spesso ci riferiamo con ironia, ma dalla quale invece dovremmo cercare di trarre spunto, per cercare di migliorare proprio dove il popolo italiano risulta essere più carente: il senso di disciplina.
Seguire alla lettera le istruzioni di chi è deputato a gestire l’emergenza, senza lasciarsi andare a colpi di testa ed iniziative personali, potrebbe fare la differenza tra il riuscire a mettersi in salvo o meno.
Tornando al Vesuvio, è ovvio che questi, caratterizzato da attività prettamente pliniana,  sarebbe di gran lunga più pericoloso del cugino orientale!
Tuttavia non dobbiamo dimenticare che, per riuscire ad evacuare poco meno di un milione di persone in meno di 72 ore (nella peggiore delle ipotesi possibili), sopperendo alle carenze infrastrutturali della cintura vesuviana, sarebbe indispensabile il massimo livello di preparazione e partecipazione della popolazione.
Siamo sicuri che gli abitanti delle zone a rischio sarebbero disciplinati, attenti, ordinati, preparati e consapevoli al pari degli abitanti di Kagoshima?

Il Vesuvio imbiancato visto da Portici.


Pur con tutte le sue carenze, siamo sicuri che il piano di evacuazione sia stato metabolizzato al meglio da tutti quelli che, un domani, potrebbero trovarsi a vivere una esperienza tanto terrificante come il risveglio del Vesuvio?
Le domande sono tante, le risposte poche.
A tutto ciò, si deve infine aggiungere che il piano di evacuazione prende in considerazione un modello di eruzione di tipo sub-pliniano, simile a quella del 1631, quindi di gran lunga inferiore rispetto al reale potenziale eruttivo con cui il Vesuvio potrebbe decidere di risvegliarsi!
Secondo la Protezione Civile, l’eruzione del 1631 rappresenterebbe il modello più plausibile di ripresa dell’attività eruttiva del gigante partenopeo. Tuttavia, non ci sono riscontri attendibili che spingano a ritenere questa eventualità più probabile rispetto ad un’eruzione di tipo pliniano o – addirittura – ultrapliniano.
Piuttosto, molti tra gli esperti più autorevoli ritengono che la prossima eruzione del Vesuvio sarà inevitabilmente di tipo pliniano. Il sistema si trova ora in una fase di riposo interpliniana (che separa due eruzioni estremamente violente), durante la quale il sistema si ricarica.
La domanda, alla fine, è una sola:
“Meglio pensare positivamente e convincersi che, quando il Vesuvio si risveglierà, lo farà con un’eruzione sub-pliniana come ne 1631, oppure essere previdenti e prepararsi al peggio, in modo tale da poter fronteggiare qualunque evenienza dovesse poi presentarsi?”
Non penso sia difficile dare una risposta a questa domanda, basta un minimo di buon senso.
Piuttosto, tra tante domande, una certezza c’è, eccome: il conto alla rovescia, per il Vesuvio, è già iniziato.
Non sappiamo quanto durerà.



Per saperne di più...

http://www.protezionecivile.gov.it/jcms/it/view_pde.wp?contentId=PDE12771  (link al piano di allerta nazionale, sul sito della Protezione Civile).
http://www.ov.ingv.it/ov/vesuvio.html  (stato di attività del Vesuvio, in tempo reale, sul sito dell'Osservatorio Vesuviano).

4 commenti:

Raffaele ha detto...

Purtroppo è vero quel che dici, tanta gente sottovaluta il Vesuvio, e tanti credono che sia un vulcano morto! Io vivo a Ponticelli, e ogni volta che guardo la sagoma del Vesuvio, mi fa un po' paura. E poi, è vero quel che dici riguardo alla scarsa conoscenza del piano di evacuazione da parte della gente. Soprattutto gli anziani... davvero non ne sanno niente. Ma perché si parla di 72 ore per l'evacuazione? Non erano previsti sette giorni?

Dario Rotolo ha detto...

Ciao. Inizialmente erano previsti sette giorni come tempo per portare a termine l'evacuazione dell'intera area. Poi, quando si è ventilata l'ipotesi che un'eruzione potrebbe anche essere prevista(nel caso peggiore) con meno di una settimana di anticipo, si è deciso di correre ai ripari, riducendo il tempo di evacuazione da 7 giorni a sole 72 ore. Viva l'ottimismo!

Anonimo ha detto...

possiamo sapere ora lo stato del vesuvio.. vivo a torre del greco ..

Dario Rotolo ha detto...

Lo stato del Vesuvio? Beh, come si desume dall'articolo, il vulcano è in fase quiescente. Non significa che sia morto (assolutamente), ma semplicemente che stia dormendo, in vista di un'eruzione che, per quanto non imminente, avrà comunque luogo in futuro (probabilmente non molto prossimo). Purtroppo, nessuno può sapere per certo quanto ancora dormirà il gigante, ma allo stato attuale non ci sono segni che lascino intravedere un suo risveglio.