domenica 15 luglio 2012

Cosa resta della Luna.


Sono passati tanti anni da quel lontano 20 luglio del 1969, quando tutto il mondo si fermò di fronte agli schermi televisivi, dai quali giungevano le immagini lontane, irreali e tremolanti, di due astronauti americani che, per la prima volta nella storia dell’umanità, erano giunti sulla Luna.
Grandi e piccini, in ogni continente, fissavano con occhi sgranati i due eroi, Neil Armstrong ed Edwin Eugene “Buzz” Aldrin, saltellare sullo spettrale e polveroso suolo lunare, dopo aver pronunciato quelle famose parole che, per sempre, resteranno scolpite nella memoria: “Un piccolo passo per un uomo, un passo enorme per l’umanità”, pronunciate al momento dello sbarco da Neil, comandante della missione Apollo 11, e primo uomo a camminare sulla Luna.

Si era nel pieno della Guerra Fredda, e la corsa allo spazio aveva contrapposto l’America alla Unione Sovietica, originando uno scontro titanico tra i due paesi più potenti al mondo, che li impegnò in una contesa a tutto campo sul piano scientifico e tecnologico, senza esclusione di colpi.
Il primo affondo era stato portato dall’Unione Sovietica: il 4 ottobre del 1957 lanciò il primo satellite artificiale, lo storico Sputnik 1.
Lo shock, per gli Stati Uniti, fu tale che si giunse a parlare di crisi dello Sputnik, per indicare il senso di frustrazione che si impadronì non solo dello staff della Casa Bianca, ma del cittadino americano stesso, che iniziò a percepire come il blocco sovietico, controllando lo spazio, avrebbe amplificato notevolmente la sua minaccia nei confronti degli Stati Uniti.
Prima che la Casa Bianca avesse il tempo di rispondere, l’Unione Sovietica rilanciò, spedendo nello spazio lo Sputnik 2, il satellite artificiale con a bordo la cagnetta Laika, il primo essere vivente ad affrontare l’avventura spaziale.
Gli Stati Uniti, annichiliti da una tale dimostrazione di forza, risposero con un improvvisato programma spaziale, basato sull’impiego dei vecchi missili Vanguard. Il programma, gestito da una joint-venture tra Marina ed Esercito, si dimostrò un totale disastro, con l’esplosione in volo del razzo e lo scoppio di una violenta polemica tra le due forze armate statunitensi, nessuna delle quali era intenzionata ad accollarsi la responsabilità del fiasco.
La credibilità in campo tecnico-scientifico, ma anche militare, degli USA, era fortemente minacciata dai successi sovietici, per cui occorreva ripensare completamente la politica spaziale a stelle e strisce.
Fino al momento dell’exploit russo, gli americani non avevano mai considerato lo spazio extra-terrestre come una frontiera tecnologica da affrontare, e questo si era tradotto in un’assoluta mancanza di preparazione, messa a nudo dai successi sovietici.
Solo qualche misero successo, con il lancio del satellite Vanguard 1, tramite il razzo vettore Jupiter-C, progettato dal padre per programma missilistico nazista, Wernher Von Braun, ideatore dei razzi V2 che, nel corso della Seconda Guerra Mondiale, avevano messo in ginocchio l’Inghilterra, consolò la Casa Bianca in un momento così critico.
 La risposta fu giudicata insufficiente dal Congresso che, nell’estate del 1958, sancì infine la nascita della NASA, acronimo di National Aereonautic and Space Administration, un’ente civile che avrebbe dovuto rispondere a tono alla minaccia spaziale sovietica.
Von Braun, il genio dei razzi, divenne il responsabile tecnico del programma spaziale americano, ribattezzato Mercury, volto ad un traguardo molto ambizioso: portare l’uomo nello spazio.
Anche questa volta, tuttavia, gli USA furono sonoramente battuti dall’Unione Sovietica, che sorprese il mondo lanciando il primo uomo nello spazio, il maggiore Yuri Gagarin, nell’aprile del 1961.
Sebbene l’opinione mondiale avesse unanimemente – ed ovviamente – eletto l’Unione Sovietica padrona dello spazio, il programma Mercury varato dalla NASA proseguì, non ostante le critiche sul ritardo accumulato, continuamente avanzate dalla stampa d’oltreoceano.
Finalmente, nel maggio del 1961, l’America poté finalmente celebrare un successo tangibile nella corsa allo spazio: Alan Shepard, a bordo della navetta Mercury 3, compì il primo volo sub-orbitale, della durata di soli 15 minuti. Niente di paragonabile a quanto, fino ad allora, mostrato dai russi, ma di sicuro un passo avanti per gli americani.
Per celebrare, finalmente, il primo vero eroe dell’astronautica a stelle e strisce, si dovette attendere il febbraio del 1962, quando John Glenn, ai comandi della navetta Mercury 6, divenne il primo americano nello spazio.
Da quel momento, storico per la NASA, le cose iniziarono decisamente a cambiare.
Mentre in Unione Sovietica una serie di rivalità interne al gruppo di progettisti e scienziati incaricati del programma spaziale, complice anche il costante clima di sospetto instillato dal regime, la leadership iniziava a perdere colpi, gli americani avevano finalmente imboccato la strada giusta che li avrebbe condotti nella storia.
Fu grazie al presidente John Fitzgerald Kennedy che, nel 1961, fu proposta l’idea di spedire un equipaggio umano sulla Luna, nel giro di un decennio.
Questo portò la NASA al varo dell’ambizioso, fino ad allora impensabile, progetto Gemini.
Si sarebbe trattato del progetto propedeutico al programma Apollo, e sarebbe servito per collaudare le tecnologie da impiegare per il successivo sbarco lunare.
Il progetto Gemini fu un enorme passo avanti per la NASA, e le passeggiate spaziali aumentarono al punto da non essere più considerate la notizia del giorno nei telegiornali statunitensi.
Il passo avanti tecnologico portò finalmente al progetto Apollo, ad oggi il più importante ed ambizioso programma spaziale mai realizzato dall’uomo.
Purtroppo, questo progetto si aprì con una tragedia, quella dell’Apollo-1: il 27 gennaio del 1967, nel corso di una prova in rampa (senza che la navetta prendesse il volo) un incendio dovuto ad un errore di assemblaggio nell’impianto elettrico produsse un devastante incendio, che uccise i tre astronauti a bordo del modulo, il comandante Virgil I. Grissom, il pilota maggiore Edward H. White, ed il pilota Roger B. Chaffee.
Una tragedia che, per poco, non rischiò di mandare all’aria il progetto, per via della reazione fortemente emotiva dell’opinione pubblica, scioccata dalle voci dell’equipaggio, registrate dai sistemi di bordo e dalla sala controllo, che descrissero l’angosciante tragedia dei loro ultimi istanti di vita, prima che l’incendio li divorasse.
Non ostante ciò, il programma Apollo continuò e, il 20 luglio del 1969, finalmente un trio di astronauti statunitensi raggiunse l’orbita del nostro satellite, al termine di un viaggio durato circa quattro giorni. A quel punto, il modulo lunare Eagle si staccò dal modulo di comando Columbia, dirigendosi verso la superficie della Luna.
A bordo del Columbia rimase il pilota Edward Collins, mentre i due astronauti deputati allo sbarco, Neil Armstrong (il comandante) e “Buzz” Aldrin (il pilota del LEM, Lunar Explorer Module), erano ai comandi dell’Eagle.

Una delle più celebri immagini della missione Apollo 11: Buzz Aldrin osserva
la bandiera americana (intessuta con fili metallici e dotata di un'asta 
telescopica orizzontale, per garantirne lo spiegamento).

Sotto gli occhi di un intero pianeta, i due sbarcarono sulla Luna, tra mille paure, qualche brivido e tanta adrenalina, allunando precisamente nel Mare della Tranquillità (Mare Tranquillitatis).
Mentre Armstrong si apprestava a lasciare la propria impronta nella regolite lunare, e nella storia, sulla Terra regnava la consapevolezza di assistere all’impresa storicamente più ardita che l’uomo avesse mai concepito: riuscire a mandare una navetta spaziale con equipaggio a ben 384.400 km da casa.
Nessuno, fino a qualche tempo prima, avrebbe mai osato immaginare qualcosa di simile.
La Luna era ancora vista come un mistero, tutto da svelare. Fonte di ispirazione per artisti, pensatori, compagna di tante notti insonni, protagonista di canzoni e poesie, molti temettero che il nostro satellite sarebbe stato violato da quello sbarco, perdendo per sempre il suo fascino misterioso.
Per fortuna, non fu così.
Non ostante l’uomo avesse posato il proprio piede sulla sua superficie polverosa, essa continuò ad esercitare tutto il suo fascino nell’immaginario collettivo, assolutamente inalterato.
A quella prima missione, della durata complessiva di poco più di otto giorni, fecero seguito altre sette missioni: Apollo 12, 13, 14, 15, 16 e 17.
Sin dal termine della seconda missione, Apollo 12, il pubblico americano perse però completamente interesse per l’esplorazione lunare, ritenendo ormai vinta la sfida contro i sovietici, e poco emozionante assistere alle passeggiate, sulle lande desolate del nostro satellite, dei giovani e coraggiosi astronauti.
Solo i gravissimi problemi tecnici che afflissero la missione Apollo 13 (da cui il celebre, bel film di Tom Hanks), che quasi condannarono ad un’atroce fine il trio di astronauti a bordo, riuscì per qualche settimana a risvegliare l’interesse del popolo americano per le missioni spaziali.

Da sinistra: John Swigert, Jim Lovell, il presidente USA Richard Nixon, e 
Fred Haise in posa, qualche giorno prima della sfortunata missione
dell'Apollo 13.

L’eco del fortunato rientro sulla Terra di James A. Lovell Jr., John L. Swigert e Fred W. Haise Jr., si spense presto, e le missioni Apollo scivolarono in un lento oblio mediatico.
L’ultima missione della serie, la numero 17, ebbe luogo nel dicembre del 1972, e fu la prima ed ultima missione nella quale uno scienziato, il geologo Harrison “Jack” Schmitt, ebbe modo di allunare, insieme ai compagni Eugene Cernan (comandante della missione) e Ronald E. Evans (rimasto a bordo del modulo di comando).
La missione Apollo 18, che avrebbe dovuto concludere il ciclo, fu invece cancellata. Il disinteresse per la Luna aveva reso inutile spendere altri fondi per un ultimo viaggio sul nostro lassù.
Da quel momento, sulla Luna nessuno ci ha più rimesso piede.
Cosa ci è rimasto, come eredità, di questa indimenticabile, straordinaria, impresa dell’ingegno umano?


Cosa ci resta della Luna.

Il programma Apollo, costato la bellezza di 25,4 miliardi di dollari dell’epoca, fu concepito prima di tutto come una risposta schiacciante ai sovietici, per porre fine alla sfida spaziale.
Di fatto, almeno inizialmente, non era ben chiaro cosa si sarebbe dovuto fare una volta giunti sulla Luna. Si, ok, si sarebbe potuto lanciare un progetto scientifico per studiare il nostro satellite, trarne informazioni di natura geologica, astronomica, petrografica, mineralogica, geochimica, geofisica, biologica… ma nessuno sapeva con precisione come e cosa fare.
Per cercare di correre ai ripari, e trasformare l’avventura spaziale in qualcosa di produttivo anche sotto il profilo scientifico, e non solo tecnologico, si decise di istituire un centro di coordinamento scientifico, che avrebbe dovuto occuparsi di tutte le attività svolte sul nostro satellite, e dello studio dei reperti di rocce lunari che sarebbero stati trasportati sulla Terra dai vari equipaggi.

Il complesso del Lunar Receiving Laboratory visto dall'alto: lo stato dell'arte 
nella ricerca della geologia planetaria.

Fu realizzato uno straordinario complesso di ricerca nei pressi di Flagstaff, in Arizona, dotato delle migliori attrezzature per lo studio dei reperti geologici provenienti dalla Luna. Furono attrezzati laboratori per la spettroscopia ai raggi X, le analisi mineralogiche, petrografiche ed isotopiche, per lo studio di eventuali forme di vita presenti sui campioni di rocce, e per effettuare ogni sorta di misurazione fosse stata necessaria.
Furono assoldati i migliori specialisti nel campo della geologia (Eugene Shoemaker, Bert King, Harrison “Jack” Schmitt, Dale Jackson, Ted Foss, ecc.), della fisica (Clark Goodman, Brian O’Leary, ecc.), e dell’ingegneria (Don Crouch, il direttore tecnico del programma), i quali avrebbero costituito la task-force che avrebbe indagato i misteri del nostro satellite.
Inizialmente vi furono problemi di coordinamento, in quanto la NASA era un ente a chiara vocazione ingegneristica, che non aveva esperienze effettive nel campo della geologia e dell’astronomia, per cui ci volle un po’ di tempo per poter giungere ad un buon livello di integrazione tra le parti.
Nel Lunar Receiving Laboratory (LRL) di Flagstaff, furono studiate preliminarmente le meteoriti che si supponeva provenissero dal nostro satellite, e rinvenute sulla Terra, per cercare di avere un’idea ben precisa su quel che ci si sarebbe dovuto aspettare.
L’idea di andare sulla Luna era da sempre stata considerata così fantascientifica, che geologi ed astronomi non si erano mai posti, seriamente, problemi inerenti le caratteristiche della superficie del satellite. Non si aveva la minima idea di cosa ci si sarebbe trovati di fronte, e si avanzavano solo delle speculazioni.
Nei laboratori ad atmosfera controllata del LRL sono stati custoditi, preparati, studiati e classificati, i 382 kg di rocce lunari portati sulla Terra dalle missioni Apollo. Qui, i migliori petrografi, mineralogisti e geochimici, hanno potuto ampliare enormemente le nostre cognizioni circa il nostro satellite, permettendoci di avanzare ipotesi concrete circa la composizione dei mari e delle terrae, quali siano le ipotesi più probabili circa la sua formazione, lo studio degli impatti meteorici con la sua superficie, e lo studio isotopico delle rocce.
Furono proprio gli specialisti del LRL a curare il training geologico degli astronauti delle missioni Apollo, coinvolti in estenuanti escursioni in ogni sorta di ambiente geologico, per cercare di familiarizzare al meglio con rocce, minerali, ceneri, crateri e quant’altro avrebbero incontrato lassù.
Ovviamente, a parte lo studio diretto dei campioni lunari, si decise di effettuare anche uno studio di natura geofisica della Luna, studiandone la sismicità e la geodinamica interna, installando diversi sismografi presso i siti di allunaggio, destinati a raccogliere i dati ed inviarli sulla Terra.
Dal punto di vista scientifico, potrebbe anche sembrare che nulla sia stato, alla fin fine, lasciato al caso.
In realtà, si sarebbe potuto fare di più, e meglio.
Piuttosto che destinare alle missioni lunari solo ingegneri, per altro di provenienza militare, con scarse cognizioni scientifiche per affrontare esplorazioni di una simile importanza, non sarebbe stato più intelligente spedire sulla Luna, insieme ai tecnici, anche uno scienziato per ogni missione?
Un comandante, un pilota ed uno scienziato specialista di missione, piuttosto che un ulteriore pilota, sarebbe stata forse una scelta più intelligente.
La possibilità di disporre, direttamente in situ, di uno specialista in grado di identificare le rocce, i minerali, le strutture da impatto caratteristiche del suolo lunare, i siti più significativi presso i quali recuperare il materiale da analizzare, sarebbe stato di grande aiuto, ed avrebbe conferito maggior significato e prestigio scientifico alle missioni Apollo, oltre ad una superiore flessibilità operativa.
La scelta di escludere la scienza da queste missioni fu fortemente criticata a seguito di alcuni gesti, giudicati poco decorosi, commessi da alcuni astronauti nel corso delle passeggiate lunari.
La partita a golf di Alan Shepard, ed i francobolli portati sulla Luna per poi poterli rivendere a prezzi astronomici (è proprio il caso di dirlo!) da David Scott, Alfred Worden e James Irwin, rappresentarono momenti non proprio di gloria per il programma Apollo, e ciò costrinse il board NASA, su pressione della comunità scientifica internazionale, a valutare la partecipazione di uno scienziato di fama ad una delle prossime missioni, nel tentativo di conferire credibilità al progetto, anche agli occhi di un’opinione pubblica ormai disinteressata alla corsa allo spazio.
Unanimemente, fu indicato Eugene Shoemaker come colui che avrebbe dovuto portare la scienza sulla Luna: geologo, fondatore dell’istituto di Scienze Planetarie presso lo USGS (United States Geological Survey), era considerato una delle menti più brillanti in circolazione, capace di conferire il giusto peso ad una missione lunare.
Sfortunatamente, un problema di salute impose al grande Shoemaker di desistere dall’impresa, facendo propendere l’opinione scientifica per un sostituto di peso, degno di un simile onere ed onore: il collega, geologo, Harrison “Jack” Schmitt.

Il geologo volante, Harrison "Jack" Schmitt. Arrivò dove nessun collega
avrebbe mai osato immaginare: sulla Luna.

Animato da un’implacabile sete di conoscenza, entusiasta, con una preparazione impressionante nell’ambito della petrografia e della mineralogia, raccolse il plauso unanime della comunità scientifica internazionale.
La NASA – con sommo dispiacere della fazione militare – inserì Schmitt, inizialmente, nella missione Apollo 18, che avrebbe dovuto chiudere definitivamente il ciclo delle missioni lunari.
Tuttavia, quando il Congresso decise di tagliare i fondi al programma annullando l’ultima missione, fu deciso di ricollocare Schmitt nell’ambito dell’Apollo 17, che a quel punto divenne l’ultimo volo verso la Luna.
Questa decisione comportò l’esclusione di Joe Engle, precedentemente selezionato come pilota del modulo lunare LEM.
Una scelta che suscitò notevoli polemiche tra i militari coinvolti nella missione, in particolare nel comandante dell’Apollo 17, Eugene Cernan, il quale riteneva errato sacrificare un militare, e brillante pilota come Engle, per far posto ad un geologo, che con il volo non aveva nulla a che fare.

Il comandante Eugene Cernan (a sinistra) ed il pilota Ronald E. Evans (sottosopra)
fotografati dal compagno di missione "Jack" Schmitt.

Questa ostilità serpeggiante non impensierì né la NASA, né Schmitt, il quale fu coinvolto in una serie di addestramenti al pilotaggio di aerei a reazione, classificandosi al secondo posto su una classe di ben cinquanta cadetti.
Niente male, per uno che aveva trascorso la vita a studiare “sassi” e minerali!
Ad ogni modo, nell’ultimo viaggio sulla Luna, Schmitt ebbe il suo momento di gloria, dirigendo la campagna di raccolta dei reperti petrografici, ed abbandonando il suo martello Eastwing, ormai semidistrutto dal martellare incessante, sul suolo lunare, a perenne ricordo della sua impresa.
Fu proprio la missione Apollo 17 che raccolse la maggior quantità di rocce lunari da riportare sulla Terra, dello studio delle quali si occupò proprio Harrison Schmitt, insieme ad altri scienziati di tutto il mondo.


La Luna… in prospettiva.

Archiviato il programma Apollo, la Luna è scivolata via in silenzio, venendo esclusa da qualsiasi missione pilotata dal 1972 ad oggi (e per chissà quanto altro tempo ancora).
I sismografi posizionati sul pianeta, presso i siti di atterraggio, hanno continuato per qualche anno a trasmettere i dati rilevati, permettendo di comprendere come la Luna sia in realtà un corpo geologicamente morto, estraneo ormai a fenomeni tettono-vulcanici, e con una sismicità pressoché totalmente derivante dagli impatti meteorici.
Tuttavia, la mole di dati e l’insoddisfacente – eccetto per la missione Apollo 17 – livello scientifico delle missioni, ci hanno privato di molte altre conoscenze dirette ed importanti, relativamente al nostro satellite.
Ancora ci sfugge, con certezza, quale sia l’origine della Luna: ci sono teorie valide che potrebbero spiegare la questione, ma nessun modello risulta pienamente convincente. Riuscire a comprendere la dinamica formazionale, sarebbe di grande aiuto per capire cosa sia accaduto alla Terra in epoca remota, se davvero vi sia stato uno scontro tra planetesimi, che avrebbe strappato al nostro pianeta una parte parte del mantello e della crosta.
Sarebbe interessante capire a cosa siano dovute con certezza le mascons (acronimo di mass-concentration), sulle quali ancora ci sono solo teorie, ma nessun dato certo.

Distribuzione delle mascons sulla superficie lunare (fonte: NASA).

Sarebbe sicuramente molto sstimolante realizzare delle sezioni sismiche della Luna, per meglio comprendere gli spessori reali delle strutture concentriche che la costituiscono (crosta, mantello, nucleo), ed esaminare la composizione mineralogico petrografica a qualche km di profondità al di sotto della superficie.
Sarebbe utile esplorare il lato nascosto della Luna – la cosa fu proposta alla NASA dallo stesso Schmitt, ma il board dell’agenzia inorridì al pensiero dei rischi di una simile missione – per capire meglio cosa ci sia alla base dell’anomala distribuzione della materia  sul nostro satellite.
A parte queste “curiosità” di natura strettamente geologica, si potrebbe anche pensare di impiantare sulla Luna delle strutture per l’osservazione astronomica, per lo studio della radiazione solare, impiantare un radiotelescopio sulla faccia nascosta del nostro satellite, e via dicendo.
Alcuni studiosi avrebbero proposto di estrarre dalla regolite (il suolo lunare, molto fine e leggero) l’elio-3, un isotopo molto raro sulla Terra, indispensabile per la fusione nucleare.
Questo isotopo, sarebbe presente nella regolite e nelle rocce lunari poiché iniettato dal vento solare (un flusso di particelle altamente energetiche emesso dalla corona solare) le quali giungerebbero sulla Luna senza l’interposizione di un’atmosfera in grado di schermarle (come accade invece sul nostro pianeta).
Lo stesso Harrison “Jack” Schmitt, ancora oggi, lavora come consulente per alcuni progetti finalizzati proprio a questo scopo.
In chiave astronautica, si potrebbe realizzare sulla Luna una base d’appoggio, che potrebbe essere indispensabile per realizzare missioni più impegnative, dirette verso lo spazio profondo (magari verso Marte).
Si potrebbero fare tante cose, ma non bisogna comunque dimenticare i molti limiti che lo sfruttamento del suolo lunare comporterebbe.

Basi sulla Luna? In futuro potrebbero divenire realtà.

Tralasciando le implicazioni giuridiche relativamente, ad esempio, alla proprietà della Luna,ve ne sono diverse di carattere strettamente pratico.
La mancanza di un’atmosfera, ad esempio, implicherebbe un serissimo rischio impatto con oggetti di provenienza extra-lunare (meteoriti, micro-meteoriti, ecc.), ed il continuo afflusso di radiazioni altamente ionizzanti, che potrebbero danneggiare, nel lungo periodo, le attrezzature ed avere effetti sulla salute umana.
In oltre, si dovrebbero seriamente valutare i costi di ogni missione sul nostro satellite, e cercare di capire bene se il gioco valga effettivamente la candela.
Insomma, la Luna ha ancora tanti segreti per noi, e li custodisce gelosamente, avvolta nel suo silenzio cosmico, sorridente e sorniona nella notte.

La Luna fa capolino nella notte.

Allo stato attuale, dopo che si era vociferato circa un ritorno dell’uomo sulla Luna con il programma spaziale Constellation, proposto da Bush, sembra che ci sia stato un ripensamento da parte della amministrazione Obama. La congiuntura internazionale, i problemi economico-finanziari su larga scala, hanno costretto a ripensare la strategia spaziale da parte degli ex-padroni della Luna.
Sul fronte cinese, invece, il progetto di passeggiare sul suolo del nostro satellite sembra prendere sempre più quota. Sono in corso studi preliminari circa eventuali progetti che dovrebbero portare i primi astronauti comunisti – sempre che si possa ancora parlare di comunismo, in Cina – a calpestare il suolo della Luna.
Non vi sono ancora date ufficiali, ma il governo cinese ha dichiarato che lo sbarco avverrà non prima del 2020, quando le tecnologie indispensabili per una missione tanto complessa, saranno state adeguatamente collaudate. Si sa, infatti, che l’avventura cinese nello spazio è appena iniziata, ed è molto in ritardo rispetto all’esperienza americana, russa ed europea.
Ad ogni modo, le risorse non mancano, e prima o poi, certamente, se sorretti da una reale volontà politica, i cinesi riusciranno nell’intento.
Piuttosto fantascientifici, invece, sono i progetti relativi alla “cattura” di un asteroide metallico, al fine di potervi impiantare una miniera per l’estrazione di ferro e nichel.
Sebbene, secondo i calcoli, da un asteroide delle dimensioni di 2 km di diametro, si riuscirebbe ad estrarre ferro e nichel in quantità maggiori a quelle estratte fino ad ora, sulla Terra, dall’uomo, il progetto è assolutamente improbabile che possa funzionare.
Un asteroide del diametro di 2 km non sarebbe in grado di generare un’attrazione gravitazionale sufficiente per impiantarci un centro estrattivo, che rappresenterebbe comunque un apparato di sistemi e macchinari piuttosto complesso da gestire, specialmente in condizioni ambientali tanto critiche.
Questo, sommato ad altre difficoltà tecniche, rende un’utopia un simile intento.
Perfino l’esplorazione di Marte, la nuova frontiera dell’esplorazione spaziale, non può prescindere da un ritorno sulla Luna. Solo con una vera missione spaziale, in piena regola, complessa e piena di incognite, si potrebbero testare le tecnologie indispensabili per una missione ancora più straordinaria come lo sbarco sul Pianeta Rosso.

Marte, il "Pianeta Rosso": la prossima frontiera dell'esplorazione spaziale?

Dall’ultimo sbarco sulla Luna, sono passati ormai quarant’anni, ed il patrimonio tecnologico accumulato nel corso delle missioni Apollo è stato stupidamente disperso, piuttosto che custodito gelosamente, ed implementato nel tempo.
Ad ogni modo, la tecnologia oggi permetterebbe molto di più che semplici passeggiate sul suolo lunare, ed aprirebbe scenari fino ad ora ritenuti quasi fantascientifici.
Tornare sulla Luna è, quindi, solo una questione di carattere economico, non certo tecnico-scientifico.
Piuttosto, fa sorridere leggere quanta gente, ancora, sia convinta che l’uomo non sia in realtà mai stato sulla Luna, e che le missioni Apollo siano state semplicemente un’operazione montata in studio, probabilmente – dicono – dalla mano esperta di Kubrick.
Queste persone, i complottisti, trovano più facile (o preferiscono) credere che sul lato nascosto della Luna ci siano in realtà installazioni aliene, dalle quali provengano gli UFO che avvistiamo sulla Terra, e che, ovviamente, gli Stati Uniti siano perfettamente a conoscenza di tutto ciò.
Sempre loro, i complottisti, hanno cercato in tutti i modi di dimostrare l’indimostrabile, proponendo teorie cervellotiche per spiegare le apparenti incongruenze riscontrate nelle immagini girate sul suolo lunare.
Peccato che, per quanto si siano sforzati, non siano mai riusciti davvero a produrre niente di serio, e che le verifiche condotte sui campioni di roccia, sulle immagini registrate, e su tutto ciò che di altro si potesse esaminare, hanno sempre fornito un responso univoco: l’uomo è stato eccome sulla Luna.

Cartolina celebrativa dei 40 anni dallo sbarco sulla Luna.

Continuare a voler ignorare questa verità storica, ostinandosi a vedere dei complotti contorti e perversi, non rende onore all’intelligenza umana, che con le missioni Apollo ha toccato vertici inimmaginabili fino ad allora, permettendo all’uomo di piantare la sua bandierina anche alla bellezza di 400 mila km da casa.
Non male, per un discendente della scimmia…

Per saperne di più:

- Polvere di Luna. La storia degli uomini che sfidarono lo spazio (di Andrew Smith, edizioni Cairo). Un libro eccezionale, consigliato a chi vuole sapere tutto dell'esperienza umana che passeggiare sulla Luna hanno significato per gli astronauti delle missioni Apollo.

http://buzzaldrin.com/ (il sito del mitico "Buzz", ricco di immagini, memorie ed altro).

http://www.nasa.gov/ (il sito istituzionale della NASA, con tutte le informazioni che servono).

3 commenti:

Alex ha detto...

Bell'articolo! Ci sono alcuni retroscena di cui non avevo idea. Dove li hai letti? Sul libro che hai consigliato? Pensi che la Luna si potrebbe sfruttare per l'estrazione di minerali rari sulla Terra?

Dario Rotolo ha detto...

Ciao Alex. La Luna, vista l'abbondanza di meteoriti che sono cadute sulla sua superficie, potrebbe rivelarsi un'ottima fonte di estrazione di minerali qui da noi molto rari, come il titanio, il palladio, l'irido e l'oro (che sulla Terra sono, tra l'altro, fondamentali per diversi impieghi nel campo della alta tecnologia).
Sempre dai meteoriti precipitati sul nostro satellite, si potrebbero estrarre il ferro, l'alluminio ed il nickel, che sono elementi molto comuni qui da noi, la cui richiesta è comunque sempre in aumento.
Purtroppo, pensare di estrarre questi minerali dalla Luna comporta una serie di difficoltà tecniche che richiederebbero investimenti enormi, e comunque non riuscirebbero ad annullare rischi fisiologici come la caduta di meteoriti e micro-meteoriti sul suolo lunare (per via dell'assenza di atmosfera), che costituirebbero un problema serio per l'incolumità degli operatori e la sicurezza delle installazioni. Ci sarebbero poi da valutare altre implicazioni, di natura anche psicologica (turni di lavoro lunghi mesi, in un ambiente così diverso da quello terrestre), o medici (la variazione della gravità ha effetti sulla salute umana e sul tasso di variazione della calcificazione ossea).
Per molti di questi problemi si potrebbero trovare soluzioni, ma alcuni rischi non potrebbero essere eliminati del tutto. Il rischio sarebbe dunque piuttosto alto, come anche i costi: servirebbero navette in grado di trasportare carichi molto più pesanti di quelli attualmente possibili, ed anche una intensificazione dei voli. Questo, ovviamente, aumenterebbe il rischio di eventuali incidenti. Insomma, si tratta di un'ipotesi piena di punti interrogativi.

Dario Rotolo ha detto...

Dimenticavo... si, gli aneddoti cui ti riferisci li ho letti sul libro Polvere di Luna , che ti consiglio vivamente perché scritto bene, e di straordinario interesse.